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Usare i fondi Ue senza più sprechi

La politica strutturale è un banco di prova per l’Europa. In questi giorni intravediamo le prime avvisaglie, in cui abbiamo tanto sperato, che la fase più acuta della crisi in Europa sia forse ormai superata. Questo è un risultato evidente dei nostri sforzi a favore di una maggiore crescita.

Ma non appena appare all’orizzonte un barlume di speranza, alcuni soggetti decisionali sembrano abbassare di nuovo la guardia, perdendo di vista il nostro comune obiettivo. I recenti dibattiti al Parlamento europeo fanno temere che possano avere di nuovo il sopravvento interessi particolaristici con il loro effetto bloccante. I necessari mezzi finanziari li abbiamo a disposizione: nei prossimi sette anni l’Unione europea intende spendere 325 miliardi di euro per il sostegno regionale. Il 20% di questi fondi vengono finanziati dal bilancio tedesco: quasi 10 miliardi di euro l’anno. Trecentoventicinque miliardi sono una somma enorme e la parte più consistente confluisce negli Stati membri dell’Europa dell’Est e del Sud, dove gli investimenti possono produrre i maggiori effetti per la crescita. Incubatori aziendali in Polonia o parchi tecnologici per imprese biotecnologiche altamente specializzate e giovani esperti informatici nella Repubblica Ceca sono dei buoni esempi di come investiamo i nostri fondi.

Si dovrebbe dunque supporre che è naturale che il denaro a nostra disposizione in tempi come questi venga impiegato per incentivare la crescita, l’occupazione e la competitività. Dovrebbe essere ovvio che i mezzi finanziari vengono utilizzati prioritariamente per progetti che contribuiscono al superamento della crisi e per cui è stata constatata un’impellente necessità di finanziamento.

Nel corso dei negoziati sul bilancio Ue, la Cancelliera e il Governo Federale si sono adoperati energicamente a favore di un collegamento tra programmi di sostegno della Ue, promozione della crescita e rispetto delle regole di bilancio. Nell’ambito del vertice Ue del febbraio scorso, tutti i Capi di Stato e di Governo si sono dichiarati all’unanimità a favore di questa linea. È una bella notizia, si dovrebbe pensare.

Eppure questa decisione potrebbe rimanere soltanto una vittoria parziale: si stanno avviando verso la fase conclusiva i negoziati con il Parlamento europeo sui testi giuridici decisivi per l’adozione delle nuove regole.

Ci sono segnali secondo cui molti al Parlamento europeo preferirebbero continuare come in passato. Questo tuttavia significherebbe cedere ai particolarismi delle regioni e continuare a spendere milioni in modo inefficiente, ad esempio per tornei di golf, festival della musica in spiaggia, bird watching o importi a cinque cifre per una “giornata delle fragole”. Se al Parlamento europeo si raggiungesse una maggioranza in questo senso, allora nulla impedirebbe, non scherzo, di finanziare addirittura le saune per cavalli.

Se gli Stati membri non rispettano i vincoli derivanti dalle procedure per deficit eccessivo o dalla sorveglianza di politica economica, Bruxelles deve poter deviare o trattenere i finanziamenti. Soltanto se si considerano per tempo gli indicatori macroeconomici, si possono evitare le conseguenze disastrose di un impiego errato di milioni di euro nel quadro di progetti Ue. Il ruolo inglorioso che ha avuto il sostegno regionale della Ue nella bolla immobiliare spagnola può servire da esempio.

L’intenzione non è quella di punire chi già è duramente colpito. Al contrario: chi, come la Grecia, intraprende grandi sforzi di riforma, deve venir ulteriormente sostenuto, poiché il bilancio della Ue è, se impiegato correttamente, il migliore strumento di solidarietà di cui disponiamo. Sarebbe un’amara delusione se proprio il Parlamento si facesse strumentalizzare da miopi interessi locali. L’orientamento alla crescita della futura politica strutturale, voluto politicamente, non è una fastidiosa pastoia, bensì il presupposto affinché la politica strutturale dia il suo contributo al superamento della crisi. La votazione sulla futura politica strutturale che si svolgerà a settembre al Parlamento è un banco di prova per l’Europa e la sua capacità di fronteggiare la crisi.

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