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Una Tasi a rischio boomerang

La nuova Tasi piace ai comuni ma, senza certezze sulle detrazioni, rischia di far pagare un conto salato ai contribuenti. In alcuni casi più salato dell’Imu. La versione riveduta e corretta della nuova tassa sui servizi, annunciata ieri dal governo in una nota, ma non ancora formalizzata in un emendamento vero e proprio, dà ai sindaci ampia autonomia nel graduare le aliquote che potranno crescere fino al 3,3 per mille per la prima casa, arrivando quindi a toccare una soglia molto vicina a quella della tassazione base della vecchia Imu. Mentre sulle seconde case (dove l’Imu si continuerà a pagare assieme alla tassa sui servizi) la somma dei due tributi potrà salire fino all’11,4 per mille, ben oltre l’attuale soglia del 10,6 per mille. La «condicio sine qua non» imposta dal governo per far scattare gli aumenti è che i comuni prevedano sconti a favore delle famiglie e dei ceti più deboli. Ma la vera incognita sta proprio qui. A quanto ammonteranno? E soprattutto, riusciranno le detrazioni, su cui i sindaci avranno mano libera, a evitare che la Tasi risulti più salata dell’Imu? Il governo ripete come un mantra che la pressione fiscale locale non aumenterà (l’ultima assicurazione in tal senso è arrivata su Twitter dal ministro degli affari regionali, Graziano Delrio, secondo cui 5 milioni di famiglie saranno esentate dal pagamento della Tasi) ma i dubbi si moltiplicano man mano che ci si avventura nei primi calcoli sul potenziale impatto dell’imposta. E i timori di trovarsi di fronte a un nuovo salasso iniziano a serpeggiare anche tra le forze di maggioranza. Scelta Civica ha definito «indigeribile» il nuovo tributo e ha minacciato di mettere in difficoltà il governo al senato (dove i numeri a favore dell’esecutivo sono molto risicati) se le cose non cambieranno. «La riforma ha fallito l’obiettivo della service tax», hanno commentato in una conferenza stampa a Montecitorio Stefania Giannini, Andrea Romano, Enrico Zanetti e Gianluca Susta. «Si tratta di una sedicente imposta unica comunale, con un’ennesima denominazione, frutto della sommatoria di Tari, Tasi e Imu, un’autentica presa in giro perché la Tari è la ridenominazione della Tares, la Tasi, anziché essere un’imposta sui servizi comunali è una sorta di Imu2».

La Uil ha stimato che gli aumenti annunciati ieri dall’esecutivo porterebbero un extragettito di 2,1 miliardi di euro, che si aggiungerebbero ai 500 milioni già stanziati dalla legge di Stabilita per finanziare le detrazioni. Ciò signifi ca che, se tutti i comuni applicassero al massimo l’addizionale, ci sarebbero 63 euro medi in più per le detrazioni, che si aggiungerebbero ai 25 euro già previsti dalla legge 147/2013. In totale, dunque, il bonus ammonterebbe in media a 88 euro. Una cifra ben al di sotto rispetto alle detrazioni della vecchia Imu (200 euro per l’abitazione principale più 50 euro per ogni figlio a carico). Ma tutto dipende dalle scelte che faranno i singoli comuni in termini di aliquota e detrazioni selettive.

«Nelle nostre simulazioni», ha spiegato Guglielmo Loy, segretario confederale della Uil, «per la prima casa si parte da un gettito medio di 110 euro (198 euro senza detrazioni), per arrivare ai 173 euro (261 euro senza detrazioni) con l’aliquota massima al 3,3 per mille». Mentre per le seconde case si può arrivare ad aumenti del 7,6% (64 euro), nel caso si applicasse l’aliquota dell’11,4 per mille. E si passerebbe dagli 837 euro di Imu pagata nel 2013 a un Imu più Tasi di 901 euro. Per questo la Uil chiederà al governo che il decreto contenga «un indirizzo chiaro sulle detrazioni che non dovranno penalizzare i pensionati e i lavoratori dipendenti».

L’Anci, dal canto suo, ha accolto con favore le modifiche proposte dal governo chiedendo al parlamento di approvarle. Ma ha manifestato al tempo stesso «allarme e preoccupazione» per il minore gettito che deriva ai comuni dall’adozione del nuovo tributo. «L’incidenza di tale minor gettito», ha sottolineato l’Associazione, «è tanto più preoccupante a fronte dell’obbligo di legge di approvare i bilanci comunali entro il 28 febbraio 2014, termine che non può essere dilazionato visto che l’imminente scadenza elettorale di maggio obbligherà la stragrande maggioranza dei comuni a esaurire la propria attività deliberativa entro febbraio». Per questo i sindaci hanno chiesto che «senza gravare sui contribuenti, si adottino entro il mese di gennaio le misure necessarie a garantire ai comuni le risorse compensative il minore gettito». Un invito subito raccolto dall’esecutivo che si è impegnato ad aprire un tavolo di confronto con gli enti locali.

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