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Una riforma mai fatta

NAPOLI – Non ha una ma mille ragioni Mauro Calise sul Mattino di domenica scorsa quando se la prende con i «toni» e gli «epiteti» di cui si è servito il ministro Tremonti nel suo discorso alla Coldiretti del 1 luglio. Innanzitutto, perché è vero che la spesa europea «è in misura preponderante una questione di efficienza burocratica » e solo in parte «di capacità o cialtronagine politica ». In secondo luogo perché spendere i soldi europei è oggettivamente complicato. In terzo luogo perché Roma non ha mai fornito alle Regioni il necessario «supporto operativo». E, infine (questo è un punto sul quale Calise per carità di patria sorvola) perché un ministro della Repubblica non dovrebbe comportarsi come il portavoce di un partito (la Lega Nord) che sul Meridione e sui meridionali di volgarità e scempiaggini ne dice a bizzeffe. C’è, però, un punto che andrebbe chiarito. Scrive ancora Calise che alle regioni meridionali sono sempre mancate le «tecnostrutture » di cui avrebbero bisogno per superare i mille ostacoli procedurali inerenti ai «controlli ex ante, in itinere ed ex post» imposti dalle regole comunitarie. Se quelle tecnostrutture ci fossero ? questo il succo del suo ragionamento ? tutto il resto, compresa la vera o presunta scarsa capacità della classe politica, avrebbe un peso minore. D’accordo. Ma a chi dobbiamo imputare questo macroscopico deficit di tecnocrazia? C’è la latitanza del governo centrale, questo è vero. Ma c’è anche dell’altro. Prendiamo la Campania. Qui da noi, il problema della riforma della macchina amministrativa regionale è all’ordine del giorno da almeno dieci anni. Perché non è mai stata fatta? Appena insediata nel maggio del 2000, la Giunta presieduta da Bassolino nominò una commissione tecnica che nel giro di poco più di un anno predispose il testo di un disegno di legge che, dopo alcune verifiche tese a facilitarne l’iter legislativo, fu immediatamente trasmesso al Consiglio e da questo inoltrato alla commissione competente per l’esame preliminare. Da quella commissione il testo non è mai uscito. Ciò chiama in causa il comportamento dell’assemblea elettiva le cui colpe nel malgoverno della Regione sono largamente sottovalutate o del tutto ignorate. Tuttavia, le responsabilità maggiori ricadono sull’esecutivo che, dopo i sessanta giorni previsti dal regolamento del Consiglio (e in mancanza di una pronuncia della commissione) avrebbe potuto richiamare il disegno di legge in aula per la discussione. Non lo ha mai fatto. Forse quella riforma della macchina amministrativa non sarebbe servita a niente. Forse, come sottolinea Calise, l’eredità «disastrosa » lasciata dalla Prima Repubblica ai «primi governatori eletti direttamente dal popolo» era troppo pesante. Forse il conservatorismo dei sindacati e il corporativismo delle burocrazie avrebbero frustrato l’impegno dei riformatori. Forse una macchina amministrativa competente era troppo pericolosa per politici le cui fortune elettorali dipendono (ieri come oggi) dal successo di antiche e consolidate pratiche clientelari. Tutto queste è possibile. Tuttavia, nulla è stato tentato. Perché?

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