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Trasferire il gettito o creare una nuova forma di prelievo

Compilato l’elenco delle tasse che lo stato trasferirà ai comuni, inizierà il calcolo più difficile: stabilire chi paga che cosa. La questione si annuncia tutt’altro che agevole, perché nel perimetro della nuova imposta unica ci sono tributi che colpiscono soggetti e situazioni molto diverse: un conto è tassare la proprietà di una seconda casa, un altro è colpire l’acquisto di una nuova abitazione, un altro ancora è applicare un’aliquota al canone incassato dal proprietario. Proviamo a fare un esempio. Oggi il patrimonio immobiliare di Milano frutta all’erario quasi 620 milioni di euro. Una bella fetta di questo denaro si ferma a Palazzo Marino (l’Ici), mentre il resto va a Roma (l’Irpef sui redditi da locazione e i tributi sulle compravendite). Se tutte queste imposte rimanessero a Milano, ogni cittadino si troverebbe a subire dal comune un prelievo medio di 476,90 euro. È del tutto evidente, però, che questa è una grandezza puramente teorica, perché tratta allo stesso modo i bambini e gli anziani, i proprietari e gli inquilini. Senza contare che il nuovo tributo dovrebbe essere applicato sugli immobili, e non sulle persone. In prospettiva, si possono immaginare due scenari. L’ipotesi più semplice è quella in cui i tributi attuali restano sostanzialmente invariati, e il loro gettito viene trasferito ai comuni. Con il vantaggio di sfruttare uffici e prassi già rodate – dagli sportelli delle Entrate a quelli del Territorio – e con l’eventuale corollario della cedolare secca, cioè del prelievo ad aliquota fissa (probabilmente il 20%) sui redditi da locazioni incassati dai proprietari. L’ipotesi più complicata,invece, è quella in cui i tributi attuali spariscono e vengono ridisegnati, sia in termini di base imponibile, sia in termini di aliquote. Scenario sul quale è difficile fare previsioni, anche se dovrebbero restare alcuni punti fermi: l’esenzione per le prime case e la tassazione a carico di chi acquista o dà in affitto un immobile. Se poi l’imposta volesse tener fede alla sua denominazione originale ? service tax ? a pagare dovrebbero essere tutti coloro che beneficiano dei servizi comunali: quindi anche i proprietari delle abitazioni principali e gli affittuari, e magari anche i pendolari che entrano in città tutti i giorni per lavoro. Ma qui si entra nel campo del futuribile. Per ora è certo che il nuovo tributo sarà lo specchio della ricchezza immobiliare presente nel territorio comunale, con tutto ciò che ne consegue in termini di differenze territoriali. Ad esempio, l’anno scorso a Roma ci sono state 17 compravendite di abitazioni ogni 1.000 abitanti, a Palestrina 8. E lo stesso accade per gli affitti: con la cedolare al 20%, il proprietario di un trilocale affittato pagherebbe 1.200 euro all’anno a Novara (dove il canone medio rilevato da Tecnocasa è 500 euro al mese) e 840 euro a Vercelli (dove il canone scende a 350 euro). Su altri aspetti, però, gli amministratori locali potranno (e dovranno) lavorare. Innanzitutto, per aggiornare rendite e classamenti catastali: una possibilità già prevista dalla Finanziaria 2005 e finora utilizzata pochissimo. I dati ufficiali, d’altra parte, mostrano differenze rilevanti, anche tra città vicine: come i 59mila euro di valore catastale medio per le case di Ravenna e i 74mila euro di Ferrara. Senza dimenticare gli immobili non accatastati sui 2 milioni di particelle individuate dal Territorio. Il sindaco, poi, dovrà far emergere gli affitti in nero e i finti comodati, mettendo fiscalmente a reddito tutte quelle abitazioni che ? pur note al catasto ? non appaiono nelle dichiarazioni dei redditi: un dato che in alcune realtà, come la provincia di Crotone, supera il 22% delle abitazioni censite. Il comune, insomma, non potrà far lievitare la ricchezza, ma potrà fotografarla meglio.Compilato l’elenco delle tasse che lo stato trasferirà ai comuni, inizierà il calcolo più difficile: stabilire chi paga che cosa. La questione si annuncia tutt’altro che agevole, perché nel perimetro della nuova imposta unica ci sono tributi che colpiscono soggetti e situazioni molto diverse: un conto è tassare la proprietà di una seconda casa, un altro è colpire l’acquisto di una nuova abitazione, un altro ancora è applicare un’aliquota al canone incassato dal proprietario. Proviamo a fare un esempio. Oggi il patrimonio immobiliare di Milano frutta all’erario quasi 620 milioni di euro. Una bella fetta di questo denaro si ferma a Palazzo Marino (l’Ici), mentre il resto va a Roma (l’Irpef sui redditi da locazione e i tributi sulle compravendite). Se tutte queste imposte rimanessero a Milano, ogni cittadino si troverebbe a subire dal comune un prelievo medio di 476,90 euro. È del tutto evidente, però, che questa è una grandezza puramente teorica, perché tratta allo stesso modo i bambini e gli anziani, i proprietari e gli inquilini. Senza contare che il nuovo tributo dovrebbe essere applicato sugli immobili, e non sulle persone. In prospettiva, si possono immaginare due scenari. L’ipotesi più semplice è quella in cui i tributi attuali restano sostanzialmente invariati, e il loro gettito viene trasferito ai comuni. Con il vantaggio di sfruttare uffici e prassi già rodate – dagli sportelli delle Entrate a quelli del Territorio – e con l’eventuale corollario della cedolare secca, cioè del prelievo ad aliquota fissa (probabilmente il 20%) sui redditi da locazioni incassati dai proprietari. L’ipotesi più complicata,invece, è quella in cui i tributi attuali spariscono e vengono ridisegnati, sia in termini di base imponibile, sia in termini di aliquote. Scenario sul quale è difficile fare previsioni, anche se dovrebbero restare alcuni punti fermi: l’esenzione per le prime case e la tassazione a carico di chi acquista o dà in affitto un immobile. Se poi l’imposta volesse tener fede alla sua denominazione originale – service tax – a pagare dovrebbero essere tutti coloro che beneficiano dei servizi comunali: quindi anche i proprietari delle abitazioni principali e gli affittuari, e magari anche i pendolari che entrano in città tutti i giorni per lavoro. Ma qui si entra nel campo del futuribile. Per ora è certo che il nuovo tributo sarà lo specchio della ricchezza immobiliare presente nel territorio comunale, con tutto ciò che ne consegue in termini di differenze territoriali. Ad esempio, l’anno scorso a Roma ci sono state 17 compravendite di abitazioni ogni 1.000 abitanti, a Palestrina 8. E lo stesso accade per gli affitti: con la cedolare al 20%, il proprietario di un trilocale affittato pagherebbe 1.200 euro all’anno a Novara (dove il canone medio rilevato da Tecnocasa è 500 euro al mese) e 840 euro a Vercelli (dove il canone scende a 350 euro). Su altri aspetti, però, gli amministratori locali potranno (e dovranno) lavorare. Innanzitutto, per aggiornare rendite e classamenti catastali: una possibilità già prevista dalla Finanziaria 2005 e finora utilizzata pochissimo. I dati ufficiali, d’altra parte, mostrano differenze rilevanti, anche tra città vicine: come i 59mila euro di valore catastale medio per le case di Ravenna e i 74mila euro di Ferrara. Senza dimenticare gli immobili non accatastati sui 2 milioni di particelle individuate dal Territorio. Il sindaco, poi, dovrà far emergere gli affitti in nero e i finti comodati, mettendo fiscalmente a reddito tutte quelle abitazioni che – pur note al catasto – non appaiono nelle dichiarazioni dei redditi: un dato che in alcune realtà, come la provincia di Crotone, supera il 22% delle abitazioni censite. Il comune, insomma, non potrà far lievitare la ricchezza, ma potrà fotografarla meglio.

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