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Tasse d’Italia tra promesse e necessità

Non sappiamo verso quali orizzonti ci condurrà la promessa riforma fiscale, che ieri ha mosso i primissimi passi al tavolo del governo. A dirla tutta, non sappiamo neanche se si sia davvero avviato un percorso serio e concreto per dare un volto nuovo al fisco. E neppure se il traguardo potrà essere raggiunto prima della fine, naturale o anticipata, della legislatura. Naturalmente sarebbe un peccato capitale presentare una proposta su uno dei problemi di più antica radice che si rivelasse alla fine solo un’astuta trovata elettorale. Non ci sarebbe poi da stupirsi se disincanto e indifferenza si diffondessero ancor di più. Sappiamo però che la riforma fiscale è una delle priorità del paese. Perché conosciamo fin troppo bene i limiti e i difetti dei meccanismi di prelievo. Il sistema attuale è figlio di anni e anni di interventi tampone, di emergenze da risolvere, di gettito da recuperare. È troppo complesso, troppo pesante e frena lo sviluppo. Ed è anche iniquo, perché – come il passato dimostra-preferisce spesso chiedere di più a chi già paga piuttosto che trovare soluzioni efficaci contro chi le tasse le evade. Le nuove parole d’ordine sono famiglia, lavoro e imprese. Una formula che, naturalmente, può accontentare molti ma che svela ancora troppo poco del futuro. C’è da sperare che quando il ministro Tremonti afferma, come ha fatto ieri, che «possiamo cominciare a riflettere e siamo aperti a tutte le critiche, le alternative, i ragionamenti» non lo faccia solo per cortesia verso gli ospiti seduti al tavolo del governo ma perché crede in un cammino condiviso. Certo, sul fronte della riduzione del peso del prelievo, non sembra che la riforma possa dare le risposte che cittadini e imprese attendono. Si continuerà con la lotta all’evasione, ma persino il premier è parso cauto sulla possibilità che questi risparmi possano, almeno nell’immediato, tradursi in un alleggerimento del carico tributario. Così non sorprende l’enfasi posta sulla (sacrosanta) necessità di semplificare il fisco, tanto che Berlusconi ha parlato di una riforma «che dovrà puntare a un sistema più lineare e trasparente» e solo più avanti alla riduzione delle aliquote. Tremonti è stato ancora più esplicito: la riforma non potrà essere finanziata con i proventi futuri della lotta all’evasione. Prima le risorse, poi il taglio delle tasse. Resterà, allora, il capitolo della semplificazione, che non è tutto ma non è neppure poco. Che ruolo potrà avere, in questo scenario, una categoria come quella dei commercialisti, proprio da oggi riuniti a Napoli per il congresso nazionale? Se si afferma il metodo del confronto, chi vive ogni giorno le difficoltà della burocrazia, come intermediario di imprese e contribuenti, sarà chiamato a dare un contributo determinante per rendere più trasparente il rapporto con l’amministrazione. Del resto, i commercialisti hanno scelto d’incentrare il loro congresso su quattro proposte per favorire la par condicio tra fisco e contribuenti e per rendere più semplice la vita delle imprese. Mai come oggi occorre prendere coscienza che per vincere le difficoltà è necessario lavorare insieme e superare la tentazione degli interessi particolari. Lo ha detto lo stesso Tremonti, ieri, quando ha parlato della “riforma dell’anima”, come presupposto per il riordino del sistema tributario. Per i commercialisti la sfida è importante. Perché, sia che si arrivi presto a una riforma, sia che i tempi si rivelino più lunghi, il fisco complesso non sarà più un modo facile per trovare clienti. Per far prosperare le imprese dovranno infatti offrire innovazione e investire, come moltissimi già fanno, su una professione che moltiplica competenze e creatività. Non basterà più la gestione ordinaria, non basterà più l’aiuto a districarsi nelle strettoie del sistema tributario. Le imprese hanno bisogno di nuove strumenti per essere competitive. È questa la domanda che i commercialisti devono raccogliere, combinando in modo nuovo principi e conoscenze: se il mercato domestico diventa troppo stretto, il professionista può indicare un altro orizzonte. La pianificazione delle attività, la valutazione degli elementi competitivi, l’analisi dei mercati: ecco quali sono i nuovi fattori strategici. La concorrenza, anche professionale, si giocherà qui: nella capacità di trovare e fornire risposte per l’innovazione. Sarebbe un peccato rinunciare a giocare la partita.

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