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Sullo sblocco dei fondi stop per le province

CATANIA – Sbloccare il 4% delle risorse locali congelate in cassa dal patto di stabilità, invece dello 0,75% concesso dalla manovra correttiva, «è una proposta che guardiamo con simpatia, ma che in queste condizioni non può essere accolta». Nel primo giorno della loro assemblea nazionale, le province incappano nella chiusura del governo, per bocca del ministro della Difesa e coordinatore del Pdl Ignazio La Russa, sulla loro richiesta più urgente per i conti 2010. Solo in provincia, ha fatto sapere il presidente dell’Upi Giuseppe Castiglione aprendo i lavori, la regola del patto che frena i pagamenti relativi agli investimenti congela quasi 6 miliardi di euro, per cui lo sblocco dello 0,75% libera poco più di 43 milioni; tornare al 4%, com’era stato previsto per l’anno scorso dal decreto anticrisi, consentirebbe invece di aumentare i pagamenti alle imprese di circa 240 milioni. Già, perché se gli amministratori locali lamentano la perdita di “forza contrattuale” nel chiedere lavori e tempi certi ai fornitori, dall’altra parte ci sono le imprese che lavorano con la pubblica amministrazione e che ormai si dicono strozzate dalla regola blocca-pagamenti. Federcostruzioni presenterà domani un rapporto che fotografa un fatturato del settore sceso a quota 323 miliardi, dai 385 di due anni fa, e denuncia la «situazione insostenibile e suicida» creata dai vincoli agli enti locali, e il presidente dell’Ance Paolo Buzzetti ha chiesto l’intervento della Cassa depositi e prestiti per accelerare i pagamenti pubblici che ora accusano ritardi «fra i 6 e i 18 mesi» a seconda delle situazioni. Sul tema la sintonia fra imprenditori e politica locale è assoluta, al punto che Antonio Saitta, presidente della provincia di Torino e vicepresidente dell’Upi, ha annunciato che «le province parteciperanno alla manifestazione promossa dall’Ance, perché non si può continuare a chiedere a imprese che rischiano il fallimento di finanziare la pubblica amministrazione». Sulla stessa barricata ci sono i comuni (lo 0,75% nei loro bilanci libera 300 milioni, contro gli 1,6 miliardi dell’anno scorso), che fanno della “questione-residui” uno dei punti chiave nel check up su patto e manovra previsto dall’accordo di luglio con il governo. Il nodo, comunque, rimane sempre aggrovigliato intorno all’esigenza di far quadrare i conti consolidati della pubblica amministrazione secondo i criteri europei. «Le modifiche al patto Ue su cui si è trovato un accordo quadro in Lussemburgo – ragiona il ministro per i Rapporti con le regioni Raffaele Fitto – contiene principi importanti di flessibilità, ma è troppo presto per capire come questa evoluzione si possa tradurre in regole territoriali. Bisognerà senza dubbio tener conto del fatto che il comparto enti ha migliorato i propri obiettivi», ma sulle modalità per tradurre questo principio in pratica non ci sono dettagli. Nelle prossime settimane, ha annunciato poi il ministro, sarà presentato un Ddl per la riforma delle Conferenze fra governo ed enti territoriali.

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