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Sud, centinaia di progetti ma nessun piano

ROMA – Un tesoro di 89,7 miliardi di euro nascosto tra le pieghe della burocrazia e dell’inefficienza. Soldi che servirebbero come il pane, ma che le Regioni del Mezzogiorno, alle quali sono in gran parte destinati, non riescono a spendere. I numeri della Ragioneria Generale dello Stato sono spietati. Dei 43,6 miliardi di euro messi a disposizione dall’Unione Europea (49,7 %) e dallo Stato (50,3%) per recuperare il ritardo di sviluppo di Campania, Puglia, Calabria, Basilicata e Sicilia, a metà dell’opera (i fondi valgono per il 2007-2013), sono stati spesi appena 2,8 miliardi, il 6,49%. E se non ci fosse stata la Basilicata, che come al solito tira su la media, la quota della spesa sarebbe stata appena del 5,1%. Miracolo a Potenza. Nel nuovo periodo di programmazione la Basilicata ha già speso il 14,3% delle risorse europee e nazionali (154 milioni di euro su poco più di un miliardo). Lì i fondi Ue hanno sempre funzionato bene tanto che, in buona parte grazie ad essi, la Basilicata ha recuperato terreno e tra poco uscirà dal gruppo delle Regioni assistite dall’Europa. Nelle altre, però, è un disastro. In tre anni la Campania non è arrivata a spendere neanche il 4%. I pagamenti sono fermi al 3,59%, ovvero 287 milioni sui 7,9 miliardi disponibili. La Puglia è a quota 6,3%: 389 milioni su 6 miliardi. La Sicilia, quanto a spesa effettivamente erogata, è ferma al 5,1%: 444 milioni sugli 8,6 miliardi. La Calabria, maglia nera della sanità, sull’uso dei fondi strutturali europei va un po’ meglio: 252 milioni di euro sui 3,8 miliardi messi a disposizione dall’Europa e dal fondo di rotazione dello Stato. Anche lo Stato stenta. Governatori cialtroni, come dice il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti? Può darsi, ma anche le performance dello Stato nella gestione diretta di alcuni fondi europei, sempre utilizzati al Sud, non sono strabilianti. Il Programma Operativo Nazionale «Ricerca e competitività», che vale 6,2 miliardi di euro destinati ai progetti di 1.949 imprese, registra una percentuale di spesa di appena il 7,31% (e sarebbe ben più bassa se la quota di 100 milioni di euro al Fondo di garanzia non risultasse già assegnata e spesa). Anche il programma «Sicurezza per lo Sviluppo», che finanzia le iniziative per contrastare la criminalità, è fermo dopo tre anni a un misero 12,9% di spesa. L’unico dei programmi per il Sud gestiti dallo Stato e cofinanziati dalla Ue che sembra funzionare è quello su «Reti e mobilità », che riguarda le infrastrutture. Aveva 2,7 miliardi e a fine giugno 2,5 risultavano già assegnati a grandi progetti in Calabria, Campania, Puglia e Sicilia. Anche se gli impegni di spesa veri e propri sono ancora indietro e secondo i dati dell’Ance, l’Associazione dei Costruttori edili, non arrivano al 25% della somma disponibile. I numeri del Fas. Dei quasi 90 miliardi di euro virtualmente nelle tasche dei governatori, buona parte, come detto, viene dallo Stato. Le risorse Ue ammontano a 27 miliardi, gli altri 63 arrivano dal Fondo per le Aree Sottoutilizzate, il famigerato Fas, che finora ha determinato più polemiche che sviluppo. I fondi sono assegnati direttamente alle Regioni e vengono spesi attraverso programmi pluriennali che devono essere approvati dal governo. Nel precedente periodo di programmazione, quello 2000-2006, il Fas è stato un flop clamoroso. Il ministro delle Regioni, Raffaele Fitto, sta quasi finendo la ricognizione sulla spesa realizzata dai governatori ed il risultato è sconcertante: i pagamenti effettivi non arrivano al 40% delle disponibilità, che ammontavano a 21 miliardi di euro. Alcune Regioni non sarebbero riuscite ad arrivare neanche al 30%. Così per i fondi residui del passato si profila, inesorabile, la riprogrammazione forzata da parte del governo. E le premesse per l’utilizzo dei nuovi fondi Fas che affiancano le risorse Ue (2007-2013) non sono per niente incoraggianti. Piani impresentabili. Nel 2010, a metà del guado, i 29miliardi a disposizione delle Regioni sono ancora tutti bloccati. L’unico Programma di attuazione regionale approvato dal governo è quello della Sicilia (luglio 2009, dopo la minaccia di Raffaele Lombardo di costituire il Partito del Sud), ma finora, praticamente, non è stato speso un euro. Quello del Molise è in attesa del via libera di Palazzo Chigi da 14 mesi, quelli della Puglia e della Sardegna da un anno, il Piano della Campania attende da 10 mesi, quelli di Calabria e Basilicata da 8, quello abruzzese da 4. Ma non perché il governo non abbia voglia di leggerli. L’esecutivo li ha visti, eccome. Ma li ha giudicati impresentabili. Secondo il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, sono troppo dispersivi, non hanno una logica nè una strategia unitaria. Centinaia e centinaia di minuscoli interventi, senza una visione di insieme. Soldi a pioggia che rischiano di non servire a nulla, dice il Tesoro. Basta prenderne uno a caso per capire che, forse, il ministro dell’Economia non ha tutti i torti. La Campania, per esempio, ha proposto di spendere i suoi 4,1 miliardi ripartendoli tra dieci obiettivi operativi e ben 36 linee di azione, a loro volta suddivise in decine di singoli progetti. Nel frattempo i governatori lamentano lo spoglio del Fas operato dal governo, che è ricorso a quel tesoretto per le più svariate esigenze. Pescando non solo tra le risorse della quota Fas riservata agli interventi nazionali, ma anche in quella destinate al Mezzogiorno. I soldi sono stati usati per il terremoto d’Abruzzo, per l’abbatti-mento dell’Ici, per l’emergenza rifiuti, per i disavanzi comunali di Roma e di Catania, per il G8 in Sardegna, la privatizzazione della Tirrenia, gli alloggi universitari, gli investimenti delle Fs. Da ultimo anche per coprire una parte della manovra antideficit. E nel Fas, da 63 miliardi che erano, oggi ne sono rimasti 52. Molti interventi d’«emergenza» riguardano il Sud, non certo tutti. Così i governatori protestano per lo scippo. Anche se non spendono i soldi che hanno nel portafoglio. Investimenti o sprechi? Quelli effettivamente utilizzati, per giunta, non hanno prodotto grandi risultati. Impianti ed opere pubbliche sono spesso rimaste nella sfera dell’immaginario, ma anche le risorse destinate al miglioramento della vita dei cittadini e della qualità dei servizi stanno rendendo pochissimo. Nella gestione dei rifiuti urbani, per esempio, le Regioni del Sud hanno l’obiettivo di aumentare la quota della raccolta differenziata dal 9% al 40% entro il 2013, ma oggi sono appena al 14,7% (contro il 38% del Centro- Nord). Bisognava portare l’acqua erogata dalle reti comunali dal 59% al 75%, ma a tre anni dal traguardo il Mezzogiorno ha guadagnato appena un punto (60,3%, contro 71,9% ne resto del Paese, che non fa ugualmente grandi progressi). La quota di bambini che usufruiscono dei servizi di cura per l’infanzia doveva salire dal 4% al 12%, ma oggi nel Sud siamo al 4,8% (15,5% nel Centro-Nord). L’assistenza domiciliare per gli anziani doveva salire dall’1,6% al 3,5%, e siamo al 2%. Progressi ancora più trascurabili sono stati fatti nel-l’istruzione: l’obiettivo di ridurre la quota dei giovani che abbandonano gli studi dal 26% al 10% sembra un miraggio. Nelle regioni del Sud siamo al 23%, in Molise addirittura stanno aumentando.

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