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Scontro governo-regioni sul federalismo fiscale

ROMA – Vita dura quella del federalismo fiscale. Per il decreto sui comuni che arriva faticosamente al traguardo c’è quello su regioni, province e sanità che comincia in salita il suo cammino. Con i governatori che alzano il tiro minacciando di fare saltare l’accordo con l’esecutivo senza l’attuazione dell’intesa di dicembre per ridurre i tagli – almeno 400 milioni per il 2011 – inferti con la manovra estiva al trasporto locale. Immediata la rassicurazione del ministro della Semplificazione, Roberto Calderoli: il governo onorerà gli impegni. E chissà che per riuscirci davvero non tornino utili da subito i quattro mesi di proroga per il completamento dell’attuazione della delega decisi dal consiglio dei ministri di ieri. In realtà lo slittamento del termine finale dal 21 maggio al 21 settembre è stato concordato politicamente ma non ancora messo nero su bianco. Il ddl che dovrà disporlo arriverà solo dopo il via libera finale al decreto su fisco regionale e sanità all’esame della commissione bicamerale. Via libera che è intanto giunto sul dlgs che disciplina l’autonomia tributaria dei comuni (si veda altro articolo qui sotto). Il Cdm di ieri ha infatti approvato il provvedimento su cui mercoledì il governo aveva incassato la fiducia alla Camera. Per entrare in vigore il testo, che istituisce la cedolare secca sugli affitti al 21% (al 19% sui canoni concordati), sblocca le addizionali comunali fino allo 0,4% e sostituisce (dal 2014) l’Ici con l’imposta comunale sugli immobili, dovrà essere emanato (forse lunedì) dal capo dello Stato e pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. I riflettori si spostano ora su fisco regionale e sanità. Ma le premesse non sono delle migliori. Il rappresentante dei governatori, Vasco Errani (Emilia Romagna, Pd) è stato chiaro: «Visto che il governo non ha onorato l’accordo di dicembre, parte integrante del federalismo regionale, per noi quell’accordo non c’è». Ma per Calderoli «il problema non si pone»: «il governo – giura – rispetterà» l’accordo. Sulla stella linea il titolare degli Affari regionali, Raffaele Fitto: «confermiamo l’accordo sulle risorse 2011». «Servono atti, non parole» ha replicato Errani. A smussare gli animi ci ha provato Roberto Formigoni (Lombardia, Pdl): «L’accordo è possibile» a patto che l’esecutivo rispetti gli impegni sulle risorse. D’accordo il leghista Roberto Cota (Piemonte). Intanto ieri la bicamerale è entrata nel vivo della discussione su fisco regionale e sanità. E con gli interventi dei due relatori di maggioranza e di minoranza – Massimo Corsaro (Pdl) e Francesco Boccia (Pd) – sono subito emersi, anche se con sfumature diverse, i nodi critici del decreto: dall’Irpef all’Irap, dai Lep ai costi standard per asl e ospedali. La prossima settimana si deciderà per una proroga del termine per il parere (l’11 marzo) che ormai sembra nei fatti, dati i tempi strettissimi e la necessità per la maggioranza, in particolare per la Lega, di evitare altre rotture dopo quella sui comuni. Così in qualche modo c’è un canale sotterraneo di trattativa per cercare modifiche condivise. «Se nell’opposizione non ci sarà un arroccamento sui numeri», avverte Corsaro riferendosi all’attuale parità (15 a 15) in bicamerale. L’ipotesi più gettonata è di spendere una larga parte della proroga dei tempi (20 giorni) possibile per legge. Corsaro ieri ha toccato gli aspetti più delicati del decreto. Sarà garantito il finanziamento dei servizi tagliati con la manovra, ha assicurato, confermando che è allo studio la possibilità dell’Irap zero (o ridotta) per le imprese start up. Mentre Boccia ha messo in guardia da due rischi: evitare la competizione sull’Irap tra regioni, anziché tra settori; garantire un’Irpef flat nazionale senza cedimenti alla progressività evitando pericolose diseguaglianze locali per effetto delle addizionali. Poi il delicato capitolo della sanità. Corsaro rifiuta il criterio della deprivazione per il riparto delle risorse («perché mai chi ha casa in affitto si ammala più di chi è proprietario?»), Boccia propone un benchmark fra le 5 (non tre) regioni migliori e nega che l’età della popolazione sia l’unico criterio valido per la suddivisione dei fondi. E soprattutto insiste per la garanzia del finanziamento dei Lep, i livelli essenziali delle prestazioni sociali: «Il decreto è assolutamente carente, il governo continua a non dare risposte».

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