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Riqualificare: un’occasione dal nuovo piano casa

Con il nuovo piano casa una città più bella. Una sfida, certo, ma alla luce dell’ormai prossima conversione in legge del decreto n. 70/2011 è doveroso cominciare a pensarci. Non manca infatti molto alla scadenza del termine di 60 giorni entro cui il decreto chiama le Regioni ad approvare le proprie leggi per agevolare la riqualificazione di aree urbane degradate, con presenza di funzioni eterogenee e tessuti edilizi disorganici o incompiuti, oltre che di edifici a destinazione non residenziale dismessi o in via di dismissione o da rilocalizzare. Un obiettivo da perseguire tramite il riconoscimento di una volumetria aggiuntiva, ma anche con la delocalizzazione delle volumetrie esistenti o il via libera al cambio d’uso (purché tra destinazioni compatibili o complementari) o, ancora, tramite le modifiche della sagoma necessarie per l’armonizzazione architettonica con gli organismi edilizi esistenti. Ma anche i Comuni con ogni probabilità saranno presto chiamati in causa. Decorso il termine di 60 giorni senza che la regione abbia approvato la propria legge, gli interventi di riqualificazione saranno autorizzabili direttamente dai municipi e in deroga alla loro strumentazione urbanistica ed edilizia, secondo le previsioni dell’articolo 14 del Testo unico dell’edilizia, che prevede una deliberazione del consiglio comunale di approvazione dei progetti. Decorso poi il termine di 120 giorni dalla dall’entrata in vigore della legge di conversione del decreto e in caso di perdurante assenza della legge regionale, gli interventi di ampliamento potranno addirittura essere realizzati attraverso i titoli edilizi ordinari, Dia e Scia comprese. Ma come potranno indirizzarsi le leggi regionali o, in loro assenza, i comuni nella fase di attuazione delle previsioni del nuovo piano casa? Ebbene, quando si interviene con semplificazioni o agevolazioni in campo urbanistico-edilizio sorge sempre la preoccupazione che si spalanchino le porte ad abusi che lascino segni indelebili sul territorio con impatti negativi al paesaggio aperto e a quello urbano. Perché non usare questa nuova opportunità in modo virtuoso e stimolarne l’utilizzazione per eliminare brutture? Proprio a causa di norme e regolamenti rigidi e burocratici la forma della città soffre di orribili frontespizi nudi, di sconnessi profili dell’edificato, di vuoti che disturbano prospettive e paesaggio. Parliamo dei “denti mancanti” lungo una strada, così come delle pareti nude che si correggono spesso pubblicità dagli effetti estetici spesso tutt’altro che migliorativi. Un uso virtuoso delle nuove norme potrebbe essere proprio quello di favorire il riempimento dei buchi e delle sconnessioni dell’edificato ai fini di una ricucitura dei profili e di una organica continuità del disegno architettonico ed urbanistico della città. Si tratta di intervenire sul decoro della città e di offrire gli spazi alla creatività e alla progettualità piuttosto che al rispetto acritico della norma burocratica. Le normative regionali e, in particolare, le proposte e gli indirizzi comunali potrebbero essere avanzati dalle stesse commissioni del paesaggio che non valuteranno soltanto i progetti, ma forniranno anche l’indicazione degli obiettivi da perseguire per specifici ambiti: un viale, un corso, una piazza, un quartiere di edilizia residenziale, pubblica e non, oppure alcuni contesti di edilizia industriale e terziaria. Passare dunque alle indicazioni metaprogettuali da parte delle amministrazioni per lasciare all’architetto e all’ingegnere la possibilità di sprigionare tutta la progettualità per rendere più bella la città.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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