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Rinnovabili, Italia eterna promessa

Guai ad illudersi: in Europa il dietro front sul nucleare ha riacceso l’interesse degli investitori sulle energie rinnovabili. In Europa ma non in Italia, nonostante il nostro Paese abbia cancellato di netto il suo ambizioso piano per un ritorno in grande stile (e con enormi investimenti) all’atomo elettrico. Niente da fare: il nostro nuovo addio all’atomo non premia il business delle rinnovabili, almeno nella percezione degli investitori internazionali. Perché alle grandi promesse del nostro Governo per un’ulteriore attenzione allo sviluppo dell’energia pulita fa riscontro l’incognita sulla finanziabilità degli incentivi legata alle particolari incertezze sulla terapia anticrisi che si aggiungono alla nostra inaffidabilità normativa, minata dai continui ripensamenti sulle, nonostante il livello dei nostri sussidi al settore dell’energia verde si confermi tra i più alti del pianeta. La diagnosi deriva dall’ultima edizione dell’indagine trimestrale “Renewable Energy Country Attractiveness Index” di Ernst & Young. Ecco allora che l’Italia, pur con il suo dietro-front nucleare più netto di ogni altro in Europa, resta quinta nell’indice globale di attrattività degli investimenti nelle rinnovabili, ma perde almeno un paio di punti. E’ a pari merito con l’Inghilterra che nonostante i suoi problemi non ci supera per un soffio. La Cina si conferma in cima alla classifica, seguita dagli Usa. Mentre la Germania, già campionessa in energia verde e tradizionalmente più che affidabile nella normativa, sembra capitalizzare al massimo i nuovi annunci di smobilitazione dall’energia dall’atomo e guadagna punti. E’ passata dal quarto al terzo posto ed è in ascesa, mentre tra noi e i tedeschi c’è ora l’India, anch’essa in progressione. Tra ripensamenti nucleari, modifiche delle strategie incentivanti, crisi finanziarie il panorama sta comunque cambiando con una certa velocità, indica il rapporto. La Cina si conferma leader nel volume degli investimenti, in particolare nell’eolico, ma sta pagando una flessione, forse solo congiunturale, dovuta al prossimo esaurimento del fondo governativo per i produttori di turbine, contestato dal Wto, e soprattutto ai ritardi nella costruzione e perfezionamento delle infrastrutture elettriche: reti e apparati di gestione da trasformare nelle smart grid in grado di risolvere le criticità nel mix tra energie tradizionali e rinnovabili. Va detto che qualche problema lo stanno avendo anche i campioni americani. Gli Stati Uniti – sottolinea il rapporto – pagano un secondo trimestre poco brillante in attesa dell’approvazione, non scontata, del nuovo Clean Energy Standard voluto da Obama che prevede l’acquisto obbligato di rinnovabili da parte delle utility. E qualche incertezza rischia di rallentare anche l’erogazione dei futuri incentivi, specie nell’eolico. Certo, c’è chi sta peggio di noi. Ad esempio la Spagna, che ha dovuto piegare la testa dinanzi alla pessima congiuntura europea tagliando sensibilmente (molto più di quello che finora abbiamo fatto noi) gli incentivi al fotovoltaico, passando così dall’ottavo al nono posto in classifica. Ma c’è anche chi, penalizzato più di ogni altro, sta reagendo. E’ il caso della Grecia, sprofondata al ventunesimo posto ma sotto l’occhi attento degli investitori tedeschi che hanno comunque individuato buone potenzialità e si appresterebbero a lanciare nel paese dalle finanze più tormentate d’Europa investimenti per 10 gigawatt. Da segnalare che tra i paesi in ascesa spicca la Romania, che scala la classifica di 5 posti (ora è sedicesima) grazie all’introduzione di un meccanismo simile a quello dei nostri Certificati Verdi.

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