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Resta l’incognita sui rimborsi ai sindaci

Non ci sono i soldi, e quindi non c’è nemmeno la garanzia di rimborsi integrali per i Comuni, che chiedono di calcolare gli indennizzi per il mancato gettito dell’Imu sulle aliquote del 2013 e non su quelle dell’anno scorso.

L’incontro di ieri fra i sindaci e il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni non ha prodotto la risposta più attesa dagli amministratori locali. In ansia, in particolare, sono i 600 sindaci che da Milano a Napoli, da Brescia a Bologna passando per Verona, hanno aumentato rispetto all’anno scorso le aliquote sulle abitazioni principali per chiudere i bilanci. In gioco ci sono circa 500 milioni di euro, che combattono con i 347 milioni degli immobili rurali in una battaglia che al momento vede soccombere entrambi. Il presidente dell’Anci, il sindaco di Torino Piero Fassino, è tornato a chiedere una «erogazione tempestiva» di rimborsi «integrali», mentre il suo collega di Bologna Virginio Merola, che nei giorni scorsi ha minacciato la «rivolta dei sindaci» in caso di mancato indennizzo, ieri ha fatto ricorso a un linguaggio più “Prima Repubblica” per definire «interlocutorio» l’incontro con Saccomanni. Da Milano il presidente dell’Anci Lombardia, il sindaco di Varese Attilio Fontana, ha detto che i Comuni sono «pronti a non approvare in massa i preventivi», mentre a Roma il sindaco Ignazio Marino ha detto che «la questione va definita entro 48 ore».

Già, ma come? A frenare le possibili soluzioni, oltre a un’evidente problema di risorse, c’è anche il timore del Governo di dare spazio ad azioni “opportunistiche”, che dopo l’assicurazione di rimborsi misurati sui parametri 2013 veda i sindaci alzare in massa le aliquote per spuntare un assegno statale più sostanzioso. L’accusa di opportunismo, più o meno sottotraccia, colpisce anche i sindaci che hanno già aumentato il conto nei mesi scorsi, perché il dibattito sul «superamento» dell’Imu è in corso dal primo giorno di vita del Governo Letta. Sia come sia, 600 Comuni hanno scritto nei bilanci un’entrata che ora rischia di non presentarsi, mentre il passare dei giorni e la scadenza dei termini per ritoccare i conti (dopo il 30 novembre è impossibile anche l’assestamento) rende praticamente impossibile trovare altrove le risorse o tagliare in extremis la spesa: anche perché le uscite correnti valgono anche ai fini del Patto in termini di impegni, per cui un eventuale blocco dei pagamenti non risolverebbe il problema.

Qualche ipotesi di soluzione, però, è già stata elaborata in questi giorni: quella che appare più “semplice”, perché non passa da un ulteriore aumento aggiuntivo di acconti o accise, punterebbe su un riconoscimento “convenzionale” degli aumenti Imu, con un’entrata valida sulla carta e destinata a tradursi in un’erogazione vera e propria l’anno prossimo. Un escamotage che creerebbe però un altro problema di liquidità nelle casse degli enti, e che non deve impattare sul deficit consolidato della Pa.

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