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Partecipazioni pubbliche e sanità sotto controllo

Le funzioni legislative e amministrative decentrate in Italia sono per volume più o meno equivalenti a quelle del Canada. Ma sul fronte del finanziamento, l’Italia è rimasta legata a un modello di sostanziale «finanza derivata»: il grado di decentramento fiscale, inteso come effettivo potere di autonomia impositiva da parte delle amministrazioni territoriali, infatti, è pari allo 0.082, contro lo 0.432 del Canada (elaborazione su dati Ocse). È quanto afferma la relazione governativa sul federalismo fiscale, che definisce «irrazionale» la finanza derivata in essere nel nostro paese. Ma tra le anomalie messe in risalto dal documento dell’esecutivo (si veda la tabella in pagina) trova spazio anche l’eccessiva proliferazione di società a partecipazione pubblica gestite da regioni, province e comuni. Un meccanismo che, sostiene il governo allineandosi a quanto già affermato dal procuratore generale presso la Corte dei conti, comporta una pesante incidenza sia a livello di spese di funzionamento (anche se tale elemento va comunque valutato nel rapporto col valore dei benefici ricavabili, in termini di efficienza dell’azione amministrativa) sia a livello di depauperamento delle risorse pubbliche, nella misura in cui l’ente è chiamato al ripianamento delle perdite. Particolare attenzione viene poi rivolta al comparto della sanità, un settore che assorbe in media tra il 70 e l’80% degli impieghi dei bilanci regionali. La giurisprudenza costituzionale ha ribadito l’esclusiva competenza riguardo a tale settore in capo alle regioni, ma nonostante questo lo Stato negli anni ha contribuito in maniera significativa a risanare i conti delle regioni in rosso sulla sanità (senza peraltro riuscire in molti casi a raggiungere il pareggio). La relazione imputa questa situazione «all’assenza o alla modesta attuale presenza di osservatori dei prezzi», che «oggi non consente sistematiche comparazioni funzionali alla migliore acquisizione dei prodotti». In tale ottica, il federalismo fiscale e in particolare il metodo dei costi standard dovrebbero, nelle intenzioni del governo, costituire strumenti piuttosto efficaci per evitare le disomogeneità attuali. Per esemplificare, la relazione cita due casi: quello della Tac a 64 slice, che in Emilia-Romagna costa 1.027.000 euro, mentre in Lazio 1.397.000 (differenza di 370.000 euro, pari al 36%) e quello delle siringhe da 5 mm, che in Sicilia hanno un costo di 5 centesimi di euro contro i 3 centesimi della Toscana. Sulla base di queste disomogeneità, la relazione prende una posizione piuttosto decisa sul punto: «di omogeneo c’è solo che proprio dove si riscontrano i maggiori disavanzi economici, minore è la qualità e la sicurezza delle cure rese ai cittadini». Tutti motivi per cui, conclude la relazione dell’esecutivo, è errato ritenere che il federalismo fiscale abbia un «costo». In realtà, infatti, «il costo ci sarebbe non riformando con il federalismo fiscale, ma all’opposto conservando l’assetto attuale». In allegato alla relazione si trovano quindi tutte le informazioni relative ai bilanci e ai criteri di finanziamento degli enti territoriali, nonché le ipotesi di lavoro e gli approfondimenti tecnici predisposti dalla Copaff. Questi ultimi, in ogni caso, hanno un rilievo esclusivamente tecnico e non costituiscono impegno né per il governo né per il parlamento.

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