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Part-time, opportunità da tutelare

A 100 anni dalla prima celebrazione della festa della donna, nata come manifestazione che univa le rivendicazioni sindacali a quelle politiche relative al riconoscimento del diritto di voto femminile, il lavoro part-time appare ancora come uno degli strumenti per facilitare la partecipazione e l’occupazione femminile, in un contesto in cui, nonostante i vari incentivi al coinvolgimento maschile (per esempio il congedo di paternità), il lavoro di cura all’interno delle famiglie è ancora prevalentemente a carico delle donne. Il part-time, in Italia, è una tipologia di lavoro che riguarda prevalentemente le donne. Associato all’espansione dei servizi pubblici e privati, presenta spesso condizioni di inserimento nel posto di lavoro peggiori e più segreganti rispetto al full time, come se il lavoratore a tempo parziale fosse un peso o un disagio per ufficio e colleghi. In realtà la diffusione del part-time in Italia resta una delle più basse rispetto agli altri paesi europei, come fa notare Massimo Battaglia, segretario generale della Federazione Confsal-Unsa, che sottolinea come sia possibile distinguere tre fasce di paesi che si riconoscono per la diffusione del lavoro a tempo parziale in Europa: nei Paesi Bassi, Belgio, Danimarca, Regno Unito, Svezia, Germania, il part-time rappresenta una significativa componente del sistema occupazionale con più del 20% di fruitori e più di un terzo del lavoro femminile; in Francia, Austria, Irlanda, si riscontra un moderato utilizzo del lavoro part-time che complessivamente coinvolge più di un quarto dell’occupazione femminile; in Italia, Spagna, Grecia, Portogallo e Finlandia si riscontra un basso utilizzo del lavoro part-time, con percentuali che superano di poco il 10% dell’occupazione femminile. Lo scarso successo dell’applicazione del tempo parziale in Italia è probabilmente da attribuire al complesso di regole che si sono susseguite. Nel corso degli anni sono state promulgate numerose norme relative al part-time e alla sua applicazione nella pubblica amministrazione, prima con l’intento di introdurlo, poi per incentivarne il ricorso da parte dei dipendenti pubblici. Tradizionalmente il part-time, anche nella pubblica amministrazione, è stato visto soprattutto come strumento di sostegno al lavoro femminile, dato che consente di conciliare le responsabilità familiari, con il mercato del lavoro. In realtà il lavoro a tempo parziale è uno strumento flessibile che può rispondere alle esigenze diverse sia dell’offerta che della domanda di lavoro, poiché da un lato può rispondere alle esigenze di conciliare una migliore qualità della vita con le diverse fasi del ciclo di vita che, oltre alle donne, riguardano il lavoratori studenti, gli uomini con famigliari a carico, il prepensionamento ecc., per altro verso, può rispondere ad esigenze di riorganizzazione del lavoro, ma anche alle esigenze collettive di difesa dei posti di lavoro e di prevenzione della disoccupazione di lunga durata. (due lavoratori part-time hanno un costo di poco superiore a quello di un lavoratore full-time, con il vantaggio di poter garantire il posto a due lavoratori). Come sottolinea Massimo Battaglia, il part-time è ancora da considerare un’opportunità, non adeguatamente sfruttata in Italia, che deve essere tutelata nell’interesse dei singoli lavoratori e dell’intero sistema sociale. Come è noto, dopo oltre due anni di lavori parlamentari, il collegato lavoro è divenuto legge 183/10, con l’obiettivo di dare efficacia al pubblico impiego. Tra le previsioni contenute nella norma, l’articolo 16 riguarda il lavoro a tempo parziale, conferendo l’opportunità alle amministrazioni di riconsiderare, entro 180 giorni dall’entrata in vigore della legge, i provvedimenti di part-time concessi prima del dl 112/08. Si completa quindi la riforma avviata nel 2008, quando, con il dl 112, si trasformava il part-time da un diritto del dipendente che, anche in virtù dei connessi risparmi di bilancio, poteva sempre farne richiesta, rischiando al massimo un posticipo di sei mesi, a una concessione rilasciata a discrezione dell’amministrazione, che può respingere la richiesta se valuta che la riduzione dell’orario complica l’organizzazione del lavoro, senza dover dimostrare il pregiudizio nei confronti del lavoratore richiedente. Con l’entrata in vigore della legge 183, i lavoratori che hanno ottenuto la trasformazione da lavoro a tempo pieno a lavoro a tempo parziale, prima del 2008, rischiano la revoca del benefici ottenuti a norma della precedente legislazione. Si tratta di 170 mila dipendenti pubblici, circa il 5% del totale degli assunti a tempo indeterminato, una percentuale che sicuramente non pesa sull’organizzazione complessiva degli uffici. L’incidenza maggiore è nelle regioni a statuto speciale, 19% mentre nel servizio sanitario nazionale è il 9% dei dipendenti che usufruisce del part-time. Per quanto riguarda il comparto ministeri, si va da un 8% della giustizia al 5% della difesa. L’85% dei lavoratori pubblici in part-time è rappresentato da donne. In questo contesto, Massimo Battaglia ricorda che la legge 183 non obbliga le amministrazioni a riconsiderare i provvedimenti di part-time concessi prima del dl 112/08, ma che le amministrazioni, nel rispetto dei principi di correttezza e buona fede, possono sottoporre a nuova valutazione i provvedimenti di concessione della trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale, adottati prima del citato decreto. L’invito che Battaglia rivolge alle amministrazioni è quello di interpretare il richiamo al «rispetto dei principi di correttezza e buona fede», nel senso della salvaguardia di quelle situazioni già autorizzate e consolidate, astenendosi dal rivedere i relativi provvedimenti. «Appare paradossale», aggiunge Battaglia, «in un paese in cui l’incentivazione al passaggio al lavoro part-time era stata vista come un’opportunità per migliorare la qualità della vita e, nonostante questo, l’uso è rimasto limitato a percentuali nettamente inferiori alle medie europee, rischiare che a livello di singolo ufficio si possa decidere una revoca in maniera unilaterale, senza considerare la ricaduta a livello personale, famigliare e sociale. Il part-time è, e resta, una opportunità per i lavoratori e per la società, da tutelare».

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