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Lotta all’evasione ma per ridurre le tasse

Il passato mese di agosto si è caratterizzato per un dibattito, ancor più intenso del solito, sul tema dell’evasione fiscale. Rispetto alla faciloneria e al populismo che hanno fatto da filo conduttore agli interventi succedutisi su molti altri quotidiani, «Il Sole 24 Ore» ha avuto il merito di impostare questo dibattito partendo da un assunto fondamentale: la necessità di un reimpiego delle maggiori entrate derivanti dalla lotta all’evasione in una parallela riduzione delle imposte per chi le paga. Fino ad oggi, in realtà, ciò non è mai avvenuto e anche nell’ultima manovra correttiva le previsioni di entrata derivanti dall’intensificazione della lotta all’evasione sono integralmente utilizzate a riduzione del deficit: così facendo, il famoso adagio «pagare tutti, per pagare meno» è destinato a rimanere una allegra presa in giro, perché è del tutto evidente che si continuerà a dare invece corso a un meno esaltante «pagare tutti, per pagare tutto»; anzi “quasi tutto”, perché le dinamiche di crescita delle spesa pubblica italiana e le proporzioni dei deficit che annualmente produciamo dimostrano con chiarezza come le entrate non bastano mai per chi fa della spesa pubblica il suo principale strumento di consenso elettorale. Basti pensare che, se l’Irlanda e la Spagna applicassero sui loro cittadini la stessa pressione fiscale che l’Italia applica ai suoi (43,19%), anziché applicare soltanto un assai più mite 29,11% e 32,09 per cento, avrebbero chiuso anche l’orribile anno 2009 in sostanziale pareggio, mentre noi, con quella stessa pressione fiscale, abbiamo fatto più di 80 miliardi di buco, stratificatosi in nuovo debito pubblico. Chi è più in crisi, allora? Inoltre, non si capisce perché, per coinvolgere i Comuni nella lotta all’evasione si promette loro per legge il 50% del gettito derivante dalle azioni condotte con il loro contributo, mentre per coinvolgere i cittadini non si ritiene di doversi vincolare in modo analogo nei loro confronti. Anche il nuovo modello culturale, che è stato invocato alcuni giorni or sono dal direttore dell’agenzia delle Entrate, proprio sulle pagine del Sole 24 Ore, necessita di alcune precisazioni, prima di poter essere condiviso. Stiamo parlando di una rinnovata tensione morale verso il rispetto delle regole, oppure soltanto verso le regole fiscali? In un Paese dove si assiste, da parte dell’establishment, a un garantismo che sconfina talvolta nell’impunità sul fronte dei reati contro il patrimonio e contro la pubblica amministrazione, come si fa a pretendere che i cittadini siano al contempo feroci censori di chi tra loro evade? Non sono forse due diversi modi di porre in essere un medesimo comportamento: sottrarre risorse pubbliche per egoistiche finalità di arricchimento privato? Una classe politica che preme sull’acceleratore dell’intransigenza per quel che concerne la legalità fiscale, ma, al contempo, sul freno del garantismo per quel che concerne la legalità e la trasparenza nello svolgimento di pubbliche funzioni, trasmette al cittadino un messaggio di gretto interesse economico (finito il pozzo di San Patrizio del debito pubblico, servono i soldi per mandare avanti la nostra giostra che, per il resto, deve continuare come sempre), piuttosto che di nobile richiamo alle virtù del rispetto delle regole. È a dir poco evidente che questo Paese necessità di un cambiamento culturale sul fronte del rispetto della legalità e che esso sortirebbe effetti positivi anche rispetto allo sconcio dell’evasione fiscale. Il punto è: questa classe dirigente ha voglia di darcene l’esempio, oppure intende soltanto chiedere e ancora chiedere soldi ai cittadini, facendoci pure sopra la morale?

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