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Lombardo ora rilancia con la carta secessione

Il ministro Giulio Tremonti, che pure resta un convinto sostenitore del progetto, evita di spargere benzina sul fuoco sacro del federalismo fiscale. La sua attuazione, ha detto, «sarà lenta, progressiva e prudente». Inevitabile: in un paese “duale” come l’Italia, che da 150 anni si trascina irrisolto il problema del ritardo del Mezzogiorno e delle sue classi dirigenti locali, nessuno ha in tasca un miracolo pronto-cottura. Se si eccede nello strappo, ancorché per sollecitare un Sud più responsabile e meno piagnone e sprecone, si rischia un’esplosiva frattura sociale. D’altra parte, se la riforma si gonfia di gradualismo, se insomma l’aggettivo “solidale” serve a coprire un compromesso pasticciato, ugualmente si rischia una frattura sociale. Perché il Nord, piaccia o non piaccia, non riuscirà più a fare da traino per il Paese a due velocità. Partita complessa quella dei decreti attuativi del federalismo. E nei giorni in cui la strada, anche a motivo di una confusa situazione politica, appare in salita alzandosi, e non diminuendo, la generale conflittualità tra i poteri “concorrenti” di Stato e Regioni, ecco spuntare un’altra prospettiva di rottura. Che arriva questa volta da Sud, dal sempreverde laboratorio siciliano di Palermo, dove le maggioranze e le minoranze si spaccano, si mischiano e si ricompongono ad un ritmo frenetico. «Ma quale Padania, quale Lega, sono io, il presidente della Regione Siciliana che dice a voi del Nord: basta così, la secessione la facciamo noi». Con i dieci miliardi di tasse frutto della raffinazione del petrolio nell’isola, spiega Raffaele Lombardo in un’intervista a il Giornale. Una bomba, sì, ma fino ad un certo punto. La richiesta di riprendersi il gettito fiscale da petrolio figurava nel programma elettorale di Lombardo nel 2008 quando era alleato di Berlusconi e del Pdl, Già, perché la norma che prevedeva che i redditi prodotti in Sicilia venissero tassati e riscossi in loco compare all’articolo 37 dello Statuto speciale della Regione entrato in vigore nel 1948 (un anticipo sostanzioso di federalismo). La norma ha funzionato fino alla riforma fiscale del 1971-1973, di segno “centralista”, che l’ha congelata. Un decreto legislativo di attuazione del governo Berlusconi la riprende nel 2005 e nel 2008 interviene una sentenza favorevole della Corte Costituzionale. Spunta anche in una delle prime “bozze Calderoli” sul federalismo fiscale ma dopo le proteste del Nord e del resto del Sud il problema è rinviato a quando verranno definite per le Regioni le forme di compartecipazione al gettito dei tributi e delle accise (e siamo così arrivati a questa stagione). Ma non solo. Nel febbraio 2009 l’aula di Montecitorio discute e approva la mozione di un’ottantina di deputati del Pdl (primo firmatario il siciliano Enrico Loggia, dal 2010 presidente della commissione bicamercale per il federalismo) che impegna il governo -il quale accetta la mozione- ad attuare il famoso articolo 37 della Statuto siciliano. Cosa che chiedono con posizioni molto simili anche Pd, Idv e Udc, tanto che già allora si comincia a discutere in concreto di partito trasversale del Sud. Naturalmente una questione del genere pone sul piano tecnico in termini di gettito problemi assai seri alle casse dello stato. Ma è anche un fatto che le elezioni politiche si vincono nel Mezzogiorno (non è un caso che lo stesso governo Berlusconi sia a trazione doppia, lombardo-veneta e siciliana) e Palermo in questo quadro rappresenta uno snodo decisivo, come dimostrano le manovre degli ultimi mesi in tutti i partiti. Lombardo gioca così la sua partita fino in fondo, in un gioco di richiami che si va facendo sempre più intenso e che scompagina convinzioni e cliché ormai superati. Mentre il presidente del Veneto, il leghista Luca Zaia, si definisce un seguace di Don Sturzo, siciliano federalista “impenitente ma unitario”, il governatore della Regione Sicilia prospetta la secessione da Sud. E chi ci sta ci sta. Come diceva Gianfranco Miglio, primo politologo ed ideologo della Lega: «Abbiamo il diritto di stare con chi si vuole e con chi ci vuole».

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