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L’Italia non è più “maglia nera” delle infrazioni

L’Italia non è più “maglia nera” nell’Unione Europea per numero di procedure di infrazione. Il 2010 è stato l’anno della svolta: “solo” 131 procedure aperte a fine dicembre, meno delle metà rispetto alle 275 del 2006, anno in cui era stato toccato il picco, e il 31% in meno rispetto a novembre 2007. Di queste, 17 derivano dal mancato recepimento di direttive comunitarie nella legislazione nazionale entro i due anni previsti (e in questo caso l’infrazione è automatica). Altre 24 direttive sono state recepite in modo non corretto. Il resto sono infrazioni dovute a violazione delle norme comunitarie in materie che hanno effetti sul mercato interno.

Questo risultato è il frutto di un lavoro che viene da lontano, avviato proprio nel 2006 dal governo Prodi e portato avanti senza interruzioni dal governo attuale, per lasciarsi dietro, nello scoreboard comunitario, Grecia e Belgio. Resta pur sempre tanto cammino da fare, se si pensa che l’Italia è comunque terzultima tra i 27, ma le premesse per risalire ancora ci sono e il sentiero è segnato.

Per ottenere questo primo traguardo è stata decisiva l’istituzione di due uffici, a Roma, nel Dipartimento per le Politiche comunitarie, e presso la rappresentanza italiana a Bruxelles, dedicati in modo esclusivo all’obiettivo di ridurre il contenzioso con l’Unione Europea. «Viene fatto un importante lavoro di coordinamento e monitoraggio di tutte le procedure, sin dalla fase iniziale» spiegano gli addetti ai lavori.

Le risposte dei vari ministeri alle direzioni generali della commissione vengono coordinate, e rese più omogenee rispetto al passato, grazie anche alla messa in comune delle diverse competenze. Prima del 2006, i ministeri si muovevano in ordine sparso e non tutti avevano a disposizione le professionalità necessarie per gestire i rapporti con gli uffici comunitari. Aver creato questi due gruppi di lavoro dedicati, inoltre, «ha contribuito a far crescere la consapevolezza, a livello sia politico sia amministrativo, della necessità di seguire e gestire in modo adeguato il contenzioso con la UE».

La materia in cui si registrano più casi di infrazione è quella ambientale, non solo per l’Italia. Si tratta di un settore che richiede interventi a lungo termine quando le violazioni riguardano, per esempio, bonifiche di siti industriali o il rispetto dei limiti di inquinanti nell’aria. Uno di questi casi riguarda proprio la riduzione della presenza di polveri sottili in Lombardia. In questo caso la commissione ha deciso di portare l’Italia davanti alla corte di giustizia dove rischia la condanna.

Oltre all’ambiente (33 procedure, come si rileva dal motore di ricerca nella pagina Eur-Infra del sito del dipartimento Politiche comunitarie, ad accesso libero), le materie in cui l’Italia è più vulnerabile sono fiscalità, salute e trasporti per le quali sono in corso 17 procedure ciascuna. In materia di fisco, da ricordare la procedura ripartita a ottobre dopo un lungo stand-by, sulle agevolazioni Ici e Ires agli enti non commerciali che riguarda in particolare gli enti religiosi.

Quando un paese non si mette in regola con le norme comunitarie o è in disaccordo con la commissione sull’applicazione del diritto UE, il contenzioso finisce davanti alla corte di giustizia di Lussemburgo. A fine solo le cause per inadempimento che opponevano la commissione all’Italia davanti alla Corte erano una dozzina. Tra queste, una riguarda le tariffe massime per gli onorari degli avvocati e un’altra gli incentivi per la quotazione in borsa delle società. Pendono, poi, davanti alla corte e al tribunale di primo grado (per le imprese) decine di cause italiane di iun certo rilievo, che riguardano procedure di ogni genere, dagli annullamenti alle domamde pregiudiziali.

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