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L’ennesimo tentativo di risparmiare con la mobilità

Tra le previsioni della manovra finanziaria ci sono la semplificazione, il rafforzamento e l’obbligatorietà delle procedure di mobilità del personale tra le pubbliche amministrazioni. Il film l’abbiamo già visto. È dagli anni Novanta che si fanno manovre del genere ma di vantaggi se ne sono sempre visti pochi. Certo una semplificazione in tema di mobilità non farebbe male. A oggi sono ne regolate tre diverse forme – volontaria, d’ufficio e temporanea – suddivise in 11 tipologie oggetto di almeno da 12 interventi normativi, a partire dal 1957, molti dei quali fatti proprio a fini di razionalizzazione della finanza pubblica, e innumerevoli contratti di lavoro. Ma la mobilità non funziona ai fini di risparmi alla finanza pubblica. La ratio di interventi del genere è che un mercato interno del lavoro pubblico più flessibile dovrebbe consentire una migliore allocazione degli organici e quindi far risparmiare in termini di assunzioni dal mercato del lavoro esterno al settore pubblico stesso. Purtroppo la teoria non è coerente con la pratica, perché le persone e gli enti ragionano in modo diverso. I numeri parlano chiaro. La prima cosa che ci dicono è che la mobilità obbligatoria non funziona. Posto che il fenomeno è episodico, i dati ufficiali Istat di qualche anno fa (anno 2005 e 2006) ci dicono che il calo del personale dovuto alla mobilità d’ufficio per le Regioni è stato nel 2005 di 16 unità di personale ogni 1.000 presenti e nullo nel 2006. Allo stesso modo nei ministeri è stato prossimo allo zero nel 2005 (0,05%) e del -0,4% nel 2006. Nelle Province e nei Comuni il fenomeno negli anni indagati non era neppure osservabile. Diversa, ma comunque poco efficace è la situazione per quanto attiene la mobilità volontaria. La gente infatti si sposta perché cerca posti migliori, più pagati (ma con i blocchi retributivi questo elemento si riduce molto) o più vicino a casa. In parte il fenomeno non è osservabile (si pensi ad un dipendente che fa un concorso pubblico presso un altro ente a fini di carriera) e quello che si osserva ci dice due cose: è diffuso ma incide poco sugli organici. In termini di diffusione la mobilità coinvolge praticamente tutti i ministeri e le Regioni, molte Province e i grandi Comuni. Poco i Comuni di piccole e medie dimensioni (30% è la media complessiva). Ma i dipendenti coinvolti sono la minima parte del totale. La mobilità volontaria nel corso del 2005, per esempio, ha coinvolto in entrata e uscita circa 1.600 persone nei ministeri 300 nelle Regioni 900 nelle Province e 7.000 nei Comuni, determinando in termini di flussi (cioè di variazioni nette di organico) una diminuzione degli organici dei Comuni di circa 2 dipendenti ogni mille (-0,19%), un saldo positivo del 0,65% nei ministeri (6 dipendenti ogni mille) e un saldo positivo del 0,2% nelle Regioni. Se guardiamo i dati complessivi della mobilità (le tre forme previste) le cose cambiano poco. Sempre con riferimento agli stessi anni nei Comuni il personale coinvolto è stato rispettivamente dell’1% circa in entrata e del 1,5% in uscita. Numeri simili per le Province. Le Regioni hanno avuto nel il 3% del personale coinvolto in mobilità in entrata e il 3,7% in uscita. Questi valori sono calati nel l’anno successivo andando al 2,5% in entrata all’1,4% in uscita. Maggiore mobilità nei ministeri con valori generalmente attorno al 3% sia in entrata che in uscita. Quindi la mobilità non ha grandi effetti nella razionalizzazione degli organici. Se si vogliono riconciliare teoria e pratica e incrementare la mobilità del mercato del lavoro pubblico occorre sviluppare un vero e proprio mercato, cioè minimizzare le regole. Non è un caso infatti che la percentuale relativa più alta di mobilità è quella della dirigenza del comparto regioni/enti locali (oltre il 7%), proprio dove non esistono vincoli particolari alla mobilità, se non le leggi della domanda e dell’offerta. Regolare con norme di finanza pubblica comportamenti che hanno logiche organizzative sarà sempre un’operazione destinata al fallimento e al rallentamento delle attività amministrative. Ma forse anche questo è utile quando si ragiona in termini finanziari (controllare le uscite di cassa) piuttosto che economici (diminuire i costi).

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