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Le regioni tagliano più del governo

Fonte: Italia Oggi

Sono in testa a tutti i cortei quando si tratta di protestare contro i tagli della Gelmini alla scuola. Ma le regioni del Sud, non tutte ma molte (Sicilia, Calabria, Basilicata, Campania e Sardegna), se dovessero gestire loro gli organici farebbero anche peggio. La prima proposta di riparto del personale è stata formulata nei giorni scorsi dal presidente della conferenza delle regioni, Vasco Errani, governatore dell’Emilia Romagna, al ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmini. Una proposta approvata a fine luglio in conferenza delle regioni e che si muove nella direzione del nuovo assetto organizzativo previsto per la scuola dalla riforma federalista del titolo V della Costituzione: la programmazione dell’offerta formativa sul territorio diventa una competenza esclusiva delle regioni. Vale la pena riportare quanto lo stesso Errani precisa nella missiva che accompagna il documento: «Desidero sottolineare che la citata proposta è il risultato di un lungo e complesso lavoro di elaborazione e concertazione, svolto dalle regioni con grande senso di responsabilità e finalizzato a consentire il superamento di una logica di distribuzione degli organici condizionata da situazioni storiche in favore di un modello effettivamente rispondente al fabbisogno». E infatti regioni come la Lombardia, L’Umbria, la stessa Emilia Romagna, che hanno sempre lamentato di avere meno docenti rispetto alle regioni del Sud, a parità di numero di alunni, ora si prendono la loro rivincita. Con i nuovi parametri, e i correttivi socio-territoriali adottati, sulle cattedre ordinarie la Lombardia avrebbe 340 docenti in più, l’Emilia oltre 1.800, più di 600 le Marche, quasi 300 l’Umbria. La Calabria invece ne avrebbe quasi 1500 in meno, 700 in meno per la Campania, ne perderebbe 900 il Lazio e 134 la Basilicata. L’unica con il segno positivo la Puglia di Nichi Vendola, che incasserebbe un sostanzioso 3,7%, pari a 1.857 cattedre in più. Passando ai docenti di sostegno, la Basilicata perderebbe il 22% dell’attuale organico, il 15% Campania, Sardegna e Calabria, a -11% la Sicilia. La Lombardia avrebbe un 17% di docenti in più per gli alunni disabili, +9% il Veneto, +7% il Piemonte. «È il risultato della fredda applicazione di parametri, una prima proposta», dicono uffiosamente dalla conferenza, «tra l’altro sul punto deve esserci un accordo con il governo per procedere. E servirà tempo…» Acqua sul fuoco di polemiche che già serpeggiano tra le regioni meridionali. Pronte a non riconoscere il documento, chiedono di fare un passo indietro per rivedere i parametri che parlano di studenti iscritti, ore di lezioni per classe, tempo pieno/prolungato, ma anche i fattori socio-economici che pure hanno evitato che al Sud andasse anche peggio, come il Pil. «La distribuzione non parte dai bisogni della scuola reale, ma si limita a fotografare lo stato attuale, cioè l’organico dei docenti già decimato dai provvedimenti della Gelmini», attacca Mimmo Pantaleo, segretario della Flc-Cgil, «così facendo le regioni accettano come ineluttabile la politica dei tagli e si limitano a distribuire un ben misero numero di posti, troppo pochi per le esigenze reali delle stesse autonomie locali». «È un contributo alla discussione», liquida Francesco Scrima, segretario della Cisl scuola, «dove manca del tutto un’analisi di come si articola il servizio sul territorio, nell’intreccio tra i vari livelli istituzionali. Serve un governo condiviso dell’organizzazione scolastica per un miglior uso delle risorse. Questo è ancora tutto da scrivere». Invoca l’apertura di un tavolo congiunto con i sindacati Massimo Di Menna,segretario della Uil scuola, che lancia una proposta: «Per innovare completamente il sistema si riparta dall’organico funzionale».

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