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Le centrali nucleari servono ma in Italia non si faranno

Dopo cinque mesi di poltrona vuota, a seguito delle improvvise dimissioni del precedente ministro Claudio Scajola, è stato nominato nuovo ministro dell’industria Paolo Romani. Quest’ultimo, com’era inevitabile, ha subito preso in mano il fascicolo relativo alla costruzione di nuove centrali nucleari. La sua decisione è condivisibile perché, in aggiunta alle altre fonti di energia che l’Italia già sta utilizzando, sarebbe bene aggiungere anche quella nucleare il cui piano di realizzazione fu strozzato nella culla da un improvvido referendum che, non riguardando i magistrati, venne immediatamente applicato, disattivando subito, e con un enorme danno economico, anche le moderne centrali nucleari che erano state costruite. Il nucleare rappresenta un scelta giusta ed opportuna, in Italia: – primo, perché consente di ridurre sensibilmente i costi dell’energia elettrica utilizzata dalle imprese oltre che dai cittadini; – secondo, perché diversifica le fonti energetiche per cui, con esso, l’Italia si sottrae all’inevitabile condizionamento (per non dire ricatto) dei pochi paesi esportatori di petrolio e gas che, oltretutto, sono fra di loro uniti da un cartello planetario che già fece sentire la sua forza devastante nel 1974, quando l’Occidente venne messo a piedi dall’impennata dei prezzi (il famoso quadruplicamento del prezzo in occasione della guerra del Kippur, che ne fu il detonatore); – terzo, perché consentirebbe di ricostruire l’industria nucleare italiana (che un tempo fu fiorente; non dimentichiamo infatti che l’Italia è la patria della Scuola di fisica nucleare dei Fermi, degli Amaldi e dei Pontecorvo che era la più quotata al mondo). Un’industria nucleare italiana sarebbe utile anche ai fini della successiva esportazione di tecnologia e di impianti di cui il mondo sarà sempre più ghiotto. Ma è il sistema-paese che impedirà la realizzazione di questo piano. Quello stesso sistema-paese (fatto da partiti, sindacati, enti locali e media) che impedisce addirittura la realizzazione del traforo del Fréjus che pure è ecologico (perché sostituisce la ferrovia ai camion); che serve allo sviluppo dell’intera Italia settentrionale; che, in gran parte, è finanziato dalla Ue; e che rappresenta lo sbocco di un traforo che i francesi stanno già facendo dall’altra parte delle Alpi. Volete una conferma-acconto, di questa difficoltà? Ieri l’altro, il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, alla proposta del ministro Romani di realizzare una centrale nucleare in Lombardia ha detto: «Se ne può parlare». Ieri invece ha precisato: «Non se ne parla proprio».

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