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La disfida delle ventuno città che sognano di diventare capitale europea della cultura

Pensano tutte di poter vincere la partita e sono tante: ventuno candidature, dalla Val d’Aosta alla Sicilia. All’improvviso diventiamo un paese di possibili capitali culturali dell’Europa, per l’anno 2019. I destini si giocano tutti in questi giorni, con gli “esami” al Mibace l’aria comincia a farsi tesa. Le città hanno tirato a lucido i programmi, qualcuno magari ci ha aggiunto anche un po’ di sogni. Hanno scomodato attori, cantanti, artisti come testimonial e trovato sponsor (che in tempi magri come questi, somiglia già a un miracolo). Nella lista delle pretendenti a diventare capitale europea della cultura ci sono nomi già celebri nel mondo come Venezia, agganciata qui al suo Nord Est, o come Perugia. Oppure quelle che cercano, per ragioni diverse, una rinascita: dall’Aquila che non ha ancora guarito le ferite del terremoto, a Siena che il terremoto l’ha vissuto in banca. In corsa anche Bergamo e Mantova, Matera. O città che non ti aspetti, come Taranto e Erice e via via tutte le altre passando da Perugia, Urbino, Matera, Siracusa eccetera. Insomma c’è un bel fermento culturale, forse a far gola non è tanto il milione e mezzo di euro che va alla candidata che vince queste primarie della cultura, ma il volano di investimenti europei o privati che quel premio mette in moto. Senza contare la vetrina del turismo, i riflettori che si accendono ossigenano albergatori, ristoratori, commercianti oltre alle casse dei musei. Così Mantova, per esempio, ha affidato la presidenza della squadra che deve guidare la città a tagliare prima delle altre il traguardo, Emma Marcegaglia, Urbino ha chiamato l’ex ministro francese Jack Lang: «Sostenere questa città come capitale della cultura è come sperare in un nuovo Rinascimento dai confini europei, è aggrapparsi a una storia non troppo remota e generosa di lasciti».

Bergamo ha messo in campo il professor Silvio Garattini, il fondatore dell’istituto Mario Negri: «Presentiamo un programma in cui la cultura si declina con il sapere scientifico non soltanto umanistico». Da Venezia e Nord est fanno sapere che puntano su una rete culturale metropolitana, sul recupero delle Ville Palladiane, su nuovi musei e circuiti artistici. E assicura Catia Tenti della segreteria generale: «Noi il milione e mezzo di euro del premio lo daremo in beneficenza». Come sarebbe, rifiutate il finanziamento? «Noi pensiamo che la politica culturale debba camminare con le proprie gambe, autosostenendosi, vogliamo creare un circuito che renda la cultura indipendente dal governo». È tempo di esami.

I team messi in piedi dalle città si presentano in questi giorni davanti alla giuria del ministero per l’ammissione al secondo turno: arrivano attrezzati di dossier e di molte idee, ma devono mettere sul tavolo anche i possibili investimenti indispensabili a realizzarle, quelle idee.

Da ventunoi candidati dovranno scendere a cinque o sei, decideranno venerdì al ministero dopo aver completato il giro delle audizioni. Nel 2014 verrà decretato il vincitore che sarà ufficializzato nel 2015 e avrà tutto per prepararsi. Intanto non mancano liti e polemiche da campanile. In Toscana per esempio, si presentano tre città e una, Grosseto, con un progetto di privati che non piace al Comune: «Facciamo il tifo per Siena», avrebbe detto il sindaco. E Bruno Valentini, neo eletto a Siena, ringrazia ma se la prende (in modo indiretto) con Pisa: «La Regione appoggia noi e il nostro piano di trasformare la cultura in un motore economico, abbiamo nel cassetto una grande iniziativa per i 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci e un investimento con fondi europei per decine di milioni di euro». Ciascuno lucida l’argenteria che ha, in attesa della sentenza.

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