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Iva più «territoriale» per recuperare il non dichiarato

Federalismo contro evasione. La corte dei conti è freddina, e nella relazione sul rendiconto 2009 dello stato ha giudicato eccessive le aspettative degli entusiasti della riforma. Il governo invece ci punta, e prova a trovare i meccanismi più efficaci per creare un conflitto di interessi fra amministratori ed evasori, e chiudere l’epoca degli «enti territoriali irresponsabili» evocata più di una volta dal ministro Giulio Tremonti. Il risultato è tutto da scrivere, ma il campo di gioco è sterminato. I meccanismi attuali sono quasi un incentivo all’irresponsabilità, e per capirlo basta guardare che cosa succede all’Iva. L’assegno alle regioni ordinarie alimentato dalla compartecipazione è passato in pochi anni dal 22 al 45%, vale ormai quasi 50 miliardi all’anno, e la sua di-stribuzione fra i territori si basa sull’articolazione dei consumi. Più le famiglie di una regione consumano, più Iva arriva, senza degnare di uno sguardo il gettito effettivo prodotto dalla regione. Risultato: un territorio potrebbe anche non incassare più un euro di Iva, ma il «bancomat» statale non subisce conseguenze. L’esempio è di scuola, ma la realtà offre casi che si avvicinano a questi estremi. La tabella a fianco mette a confronto i consumi delle famiglie censiti dall’Istat con il gettito Iva regionalizzato: l’aliquota media viaggia intorno al 15%, e le percentuali più alte di questa soglia che si incontrano in regioni come Lazio e Lombardia si spiegano prima di tutto con le “esportazioni” di beni, che producono gettito in regione ma si traducono in consumi altrove. Più difficile è giustificare le percentuali drasticamente più basse come quelle che si incontrano in Calabria, dove il gettito Iva non vale nemmeno il 2% dei consumi dei cittadini, in Molise o in Campania. La forbice fra questi valori e l’aliquota media del 15% non è tutta evasione (contano anche le “importazioni”), ma in un dislivello così imponente il nero gioca senza dubbio un ruolo cruciale. I dettagli delle contromisure da introdurre con il federalismo sono ancora allo studio, ma il principio pensato dal governo è chiaro e punta a mantenere il più possibile l’Iva sul territorio che l’ha prodotta. Gli strumenti ci sono, a partire dal quadro VT obbligatorio nelle dichiarazioni Iva fin dal 2006, che permette di conoscere la regione di nascita dell’imposta. Con ulteriori indicatori statistici e demografici, si può arrivare a individuare l’Iva di ogni singolo comune, per arruolare anche i sindaci nella battaglia anti-evasione. Questo tipo di redistribuzione potrebbe avere anche una vocazione “meritocratica”, perché un buon governo locale facilita l’economia e aumenta il gettito: al contrario, collassi amministrativi come le emergenze rifiuti di Napoli e Palermo azzoppano turismo e commercio, e assottigliano l’Iva. Per centrare davvero l’obiettivo anti- evasione, però, il federalismo dovrà dedicarsi anche all’Irpef. La tabella più a destra confronta consumi e redditi dichiarati, e mostra regioni (il record negativo è ancora una volta in Calabria) dove si spende fino al 17% in più di quello che si guadagna ufficialmente. A meno di pensare a popolazioni intere sommerse dai debiti, è lecito sospettare che il rapporto fra spese e redditi cresca in modo proporzionale all’evasione. Anche a livello nazionale i conti non tornano: gli italiani hanno un’elevata propensione al risparmio (i dati in tabella sono del 2008, quindi sostanzialmente pre-crisi), che l’Istat stima intorno al 9% del reddito. All’appello, insomma, sembra mancare un centinaio di miliardi di imponibile, che si traducono in circa 25 miliardi di gettito.

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