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Irap nel mirino di Tremonti

ROMA – Le strade del federalismo e dell’Irap s’incroceranno presto. Lo dice la legge delega ma ora lo conferma anche Giulio Tremonti. Dinanzi alla bicamerale che deve esaminare i decreti attuativi il ministro dell’Economia ha ammesso che si sta ragionando sulla sorte dell’imposta pur ammettendo che sarà «difficile toglierla». È un Tremonti rilassato e disponibile al confronto, per ammissione della stessa opposizione, quello che si è presentato ieri pomeriggio dinanzi alla commissione guidata da Enrico La Loggia (Pdl). Pronto a rispondere alle 10 domande preparate dal Pd. Nel farlo il ministro è tornato più volte sui contenuti della relazione sul federalismo depositata il 30 giugno. Ad esempio nel ricordare che il sistema italiano è un «albero storto», precisando però che nel documento non c’è scritto «che il debito pubblico è stato causato dai governi locali» bensì che «è stato causato dalla centralizzazione di tutta la finanza italiana in uno solo posto ». Proprio le autonomie hanno rappresentato il cuore del suo intervento. A cominciare dalle regioni. Per le quali «si troverà la quadra», ha garantito, quando ci si siederà allo stesso tavolo per parlare del decreto sulla finanza regionale atteso a settembre. In quella sede ci si interrogherà sulle sorti dell’Irap: «Se butti giù una trave sulla strada non è colpa di chi non va avanti ma di chi ha messo la trave. Ci ragioniamo ma l’Irap è difficile da togliere perché è un grande tributo e un grande errore». Altro tema caldo la «municipale» sugli immobili data in arrivo entro luglio. Che non sarà una patrimoniale sulla prima casa perché «è un bene costituzionale » e arriverà in due fasi: nella prima i comuni si vedranno attribuire i gettiti sui tributi immobiliari oggi in capo allo stato; nella seconda potranno accorpare in un’unica imposta almeno 17 tra tributi e tariffe se non tutte e 24 le forme di prelievo. Con una grande semplificazione per i cittadini che «faranno una sola fila e un solo versamento». Qualche ora prima il ministro era sembrato più teso durante l’audizione mattutina dinanzi alla commissione Bilancio della Camera. Sui conti pubblici Tremonti ha escluso che sarà necessario intervenire con un’altra manovra correttiva. Nel 2010 l’economia «andrà meglio del previsto, considerando l’andamento dell’export e degli altri indicatori ». È la risposta al possibile scostamento ipotizzato dal servizio del bilancio della Camera ( 0,1% del Pil, con la possibilità che lo scarto sia ancor maggiore se l’andamento dell’economia non sarà in linea con le previsioni governative). «Una stima che è nel margine possibile di errore, ma ben altri numeri si sono visti e questo francamente è molto marginale », osserva Tremonti. «Mi dispiace per chi lo spera, ma non credo ci sarà il crollo del paese in autunno». Tremonti difende l’impianto della manovra, che «per la prima volta tocca i privilegi di alcuni papaveri. Nel complesso, l’Italia ha accettato la manovra con altissimo senso di responsabilità e serietà». Il testo approvato dal Senato è blindato, e si va anche alla Camera verso un nuovo voto di fiducia: «La fiducia dà fiducia», ripete il ministro. Il Parlamento ha svolto un buon lavoro e la manovra «esce meglio di come è entrata ». La scelta di operare soprattutto nel taglio della spesa è stata per molti versi obbligata: «Alzare le tasse sarebbe stato un suicidio ». In replica allo sciopero di due giorni fa dei medici, Tremonti (e successivamente il ministro della Salute, Ferruccio Fazio) nega che in manovra il blocco del turn over sia esteso anche alla sanità. Quanto infine alla norma che modifica la legge fallimentare, è una misura «che non va a vantaggio dei bancarottieri ma dei lavoratori». Le tesi esposte dal ministro non convincono l’opposizione. «Tremonti – osserva il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani – dovrebbe essere più cauto, considerato che sulle previsioni sbaglia spesso. Non lo so a quali papaveri alluda. Quelli che conosco io sono i grandi ricchi in termini di capitali, patrimonio e redditi. Questi non pagano un euro». La manovra- aggiunge il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani – è «iniqua perché i costi del risanamento sono solo a carico di una parte del paese, quello più debole e questo mette la coesione sociale a rischio».

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