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«Il piano Sud? Mi fido ma non basta»

Vito De Filippo è forse l’unico governatore meridionale che ha fiducia nel piano Sud del governo. Perché contiene misure per valorizzare le ricchezze della Basilicata: petrolio e gas. In ricavati di royalties e accise non dovrebbero più essere usati a pioggia, ma su iniziative per attrarre investimenti (si veda anche a pagina 22 e la scheda in basso). Perché dovrebbe funzionare? Il principio è banale quanto la logica degli interventi nel Mezzogiorno: affiancare un piano di intervento straordinario all’ordinario. La verità è che nella storia italiana gli interventi straordinari per il Sud si sono sostituiti e non affiancati a quelli ordinari, mancati del tutto. Noi pensiamo a una reale gestione straordinaria delle risorse energetiche, nettamente distinta da quella ordinaria che deve garantire le normali funzioni come è giusto, in Trentino come in Sicilia. Tutto deve concentrarsi sul superamento del gap ancora esistente. Ma il piano può rimuovere gap storici come quello infrastrutturale? Vi fidate del ministro Fitto, impegnato nel renderlo credibile alle regioni? Il problema non è Fitto, ma il governo nel complesso. Sembra quasi che le analisi di vari suoi esponenti siano frutto di visioni contrapposte. Ciò è uno dei mali della conduzione attuale del paese. Fitto, nell’ultimo rapporto sui Fas, ha affermato un principio su cui mi ritrovo: «Le politiche di sviluppo devono fare di più e meglio ma hanno bisogno che ne sia garantita l’effettiva aggiuntività rispetto a un’azione ordinaria dello stato altrettanto decisiva». Poi, però, il governo ha usato il Fas non per lo sviluppo delle aree deboli, ma come bancomat per tutte le necessità. La verità è che questo governo è più di Tremonti che di Fitto e l’agenda è più del Nord e della Lega. Il problema del Sud e della Basilicata in particolare è in larga parte proprio infrastrutturale e su quello vogliamo puntare. Usciti dall’Obiettivo 1, dobbiamo fare altri sforzi per agganciare la locomotiva Europa. E la Fiat? Nella partita su Fabbrica Italia l’impressione è che la politica possa ben poco. Quali mezzi ha la regione, oltre al limitato contributo per la costruzione del Campus di Melfi? Siamo stati molto attenti a Fiat, e il Campus, come il sostegno ad altre iniziative di ricerca, lo dimostra. Ma la politica ha un ruolo diverso rispetto all’intervento diretto in fabbrica. Non reputo una bella pagina quella che ha visto la politica schierata su questo o quel fronte durante i referendum di fabbrica. E, più che mirare a incentivare questo o quell’impianto, la politica deve costruire condizioni di contesto che facciano bene a tutto il mondo produttivo. È ciò che vogliamo fare col “piano Basilicata”: a Fiat, come a tutti gli altri, dobbiamo fornire servizi, infrastrutture, una burocrazia meno pesante, un sistema fiscale più sopportabile. Cose che valgono di più e sono più durature di qualsiasi contributo. Ma a Fabbrica Italia è giusto ci pensino Marchionne e i lavoratori coi loro rappresentanti. Dopo tanto parlare, c’è silenzio sull’aeroporto lucano. Una presa d’atto che l’area non ha il potenziale di traffico sufficiente per farlo stare in piedi, salvo grossi aiuti pubblici? E l’altro giorno la Corte dei conti ha denunciato che per la Pista Mattei si è già speso troppo… Guardi, il problema dei collegamenti resta centrale e siamo pronti ad affrontarlo senza innamorarci di questa o quella soluzione. L’idea non è affatto accantonata, il progetto Pisticci va avanti, ma ora siamo molto attenti ad agganciare l’alta velocità ferroviaria, le reti viarie per i corridoi europei e ogni altra possibile soluzione. Qualunque bacino è di per sé insufficiente. Bisogna mirare ad integrarsi in sistemi più ampi, e se in Italia si procede con decisione sulla Tav, è bene integrarvisi. Comunque abbiamo bisogno di individuare anche un nostro riferimento aeroportuale. L’antico gap infrastrutturale è fatto anche di mancati interventi di privati (linee a banda larga) e carenze gestionali nelle zone industriali. Se dicessi che la regione fa ciò che può mostrerei una rassegnazione che non ho. Sulla banda larga ho finanziato interventi per superare il digital divide, ma finiti i lavori per la banda larga di prima generazione c’è la seconda. I servizi privati vanno dove c’è mercato. Allora bisogna creare economia, che però si crea dove ci sono infrastrutture. Il meccanismo pare condannare i forti a essere più forti e i deboli a diventare sempre più deboli. Mi pare non si intervenga con decisione? A due anni dalle misure anticrisi, in particolare sulla reindustrializzazione dei siti dismessi, qual è il bilancio? Imprese e sindacati non sembrano contenti. Dovremmo sapere che sarebbe successo senza interventi, cosa impossibile. E poi ci si attende che, con un tessuto economico debole e un potere centrale sempre più distante e distratto, la regione possa fare tutto. Così non si è mai appagati. Ma di recente un’indagine della London School of Ecomonics a cura di Leonardi e Nanetti ha indicato proprio nel “capitale sociale” della Basilicata ? l’insieme degli indici di fiducia, solidarietà, azione, partecipazione e identità regionale ? il punto di forza e la possibilità di un riscatto dopo la crisi. Quindi un’efficacia c’è stata. In sei anni di presidenza, la sua azione si è svolta soprattutto all’insegna di Patto con i giovani e politiche di coesione. Tornasse indietro, lo rifarebbe? Non solo tornerei a puntarci, ma continuo a farlo. Come dicevamo è proprio il “capitale sociale” della Basilicata la sua forza, l’elemento di distinzione nel Sud, che tra l’altro tiene fuori la criminalità organizzata. Se c’è possibilità di riscatto non è inseguendo modelli ormai passati di sviluppo, ma creando economia in quel sistema sostenibile che abbiamo preservato. Tornando al petrolio, siamo in una fase decisiva della rimodulazione degli accordo con l’Eni. A cosa puntate? La Basilicata non è in vendita, non vuole clienti, ma a partner. C’è un modello di sviluppo che stiamo mettendo a punto e condividendo col governo. Chiunque voglia inquadrarvisi è benvenuto. Ma si tratta di contribuire a creare imprese, occupazione e ricerca in ambiti che abbiano ampi orizzonti. Lo abbiamo fatto, ad esempio, con Fiat e se Marchionne oggi dice che per Melfi non ci sono problemi in parte lo si deve a questo. Lo stesso vogliamo dall’Eni. Se la Basilicata è buona per l’attività estrattiva, è ideale anche per altre.

Il più giovane Vito De Filippo Nato nel 1963 a Sant’Arcangelo, sposato dall’88, due figli, è al suo secondo mandato ed è stato il presidente lucano più giovane (42 anni). Laureato in Filosofia e giornalista, entra in politica subito: alla provincia di Potenza nell’89, poi diventa anche assessore alla Sanità e vice presidente. Nel ’95 entra in regione, poi deleghe a Sanità e Agricoltura e la presidenza del Consiglio regionale.

I contenuti Per la Basilicata il piano Sud si traduce soprattutto in un impegno congiunto di regione e governo servizio energetico che i giacimenti lucani fanno al paese. Si faranno convergere risorse dirette o indirette di royalties e accise su un piano di interventi concordato che ristori la Basilicata per il ruolo che ha e cercheranno di far convergere anche risorse aggiuntive delle compagnie petrolifere.

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