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Federalismo municipale in dirittura

Il Governo ha ottenuto alla Camera la fiducia posta sulla risoluzione di maggioranza sul decreto per il federalismo fiscale. I sì sono stati 314, 291 i no e due gli astenuti. Oggi potrebbe giungere l’approvazione del provvedimento in Consiglio dei Ministri. Grande entusiasmo dei deputati leghisti in aula alla Camera al momento dell’approvazione della fiducia: gli esponenti del Carroccio hanno festeggiato al provvedimento sventolando le bandiere delle varie regioni del nord. In mezzo a loro un sorridente Silvio Berlusconi che per l’occasione ha indossato un fazzoletto verde nel taschino della giacca. Il vicepresidente di turno dell’Assemblea Antonio Leone ha invitato i deputati della Lega a ritirare i vessilli mentre si alzava dai banchi del Carroccio l’incitamento “Bossi, Bossi”. Il Ministro delle riforme tuttavia ha assistito da lontano alla scena cui invece ha attivamente partecipato il Presidente del Consiglio. Intanto il Ministro per la semplificazione normativa, Roberto Calderoli, ha comunicato che proporrà all’esecutivo una proroga di 4 mesi della delega della legge 42 che vara il federalismo. Il Ministro, riferisce una nota, ha avuto un incontro nella giornata di ieri con il presidente Romano e con una delegazione del gruppo dei ‘Popolari d’Italia domani’. Al centro dell’incontro, spiega la nota, l’attuazione del federalismo fiscale e i relativi decreti legislativi. A conclusione della riunione, in cui si sono affrontati i temi del federalismo municipale, provinciale e regionale, il Ministro Calderoli “fermo restando il rispetto dei tempi stabiliti per l’esame dei decreti legislativi già deliberati dal Consiglio dei Ministri, ha assunto l’impegno di proporre al Consiglio dei Ministri, dopo l’approvazione definitiva del federalismo regionale e provinciale, un’iniziativa legislativa finalizzata alla proroga di quattro mesi del termine di scadenza della delega prevista dalla legge 42/2009” che è, ricordiamo, fine maggio 2011. Non mancano tuttavia le polemiche, che hanno accompagnato tutta la giornata di ieri, nell’attesa del voto sul decreto, giunto in serata.

ALLARMI SUGLI AUMENTI
Circa un milione di famiglie che ora vivono in affitto a canone concordato rischiano di vedersi aumentato l’affitto – con il passaggio al canone libero – a causa della cedolare secca introdotta dal decreto sul fisco municipale. È l’allarme lanciato da Claudio Fantoni, presidente della Consulta Casa Anci e assessore del Comune di Firenze. “Se la cedolare secca non verrà bilanciata da altre misure – avverte Fantoni – è concreto il rischio aumento per l’affitto di quasi 1 milione di famiglie, che secondo le stime disponibili, rischiano di essere trasferite dal canale concordato al mercato a canone libero. Anche se il provvedimento sul fisco comunale contiene norme con effetti positivi sui bilanci comunali neutralizzando in parte il peso dei tagli degli ultimi anni, dal punto di vista delle politiche abitative il decreto presenta elementi di forte incertezza. La cedolare secca – evidenzia – inciderà in modo penalizzante o comunque non incentivante sul canale concordato degli affitti, finendo per compromettere la politica di calmieramento dei canoni promossa in questi anni dai comuni”. Da qui la richiesta che l’Anci invia nuovamente al Governo di convocare urgentemente il tavolo di confronto e concertazione sulle politiche abitative: “Bisogna prevedere ed introdurre misure idonee a garantire una incentivazione del canale concordato, con garanzie in favore dei proprietari, quali possibili morosità e danni agli alloggi locati, e di conseguenza vantaggi per gli inquilini, chiamati a pagare un affitto ridotto”, ribadisce Giuseppe Pellacini, assessore alle politiche abitative del Comune di Parma. Ma secondo Fantoni un altro passaggio necessario è quello di avere dati certi sul numero di famiglie che, una volta scaduto il contratto di affitto e senza contromisure adeguate, rischiano di essere trasferite al mercato a canone libero: “Sappiamo che presso il Ministero delle infrastrutture è stato istituito l’Osservatorio nazionale per le politiche abitative che ha anche messo in bilancio alcuni finanziamenti. Ci auguriamo che questo osservatorio avvii in concreto la propria attività, anche con le sue antenne regionali. Solo in questo modo – conclude il delegato Anci – potremo avere stime più attendibili sull’effettivo impatto dell’introduzione della cedolare secca sulle famiglie che si rivolgono al canale concordato”.
E per le imprese? “Dal 2014, così come previsto dal decreto sul federalismo municipale, gli imprenditori proprietari di negozi, uffici, laboratori e capannoni industriali dovranno applicare l’Imu , con il rischio di vedersi aumentare le tasse: in media di 410 euro in più all’anno”, denuncia il segretario della Cgia di Mestre, Giuseppe Bortolussi, che, assieme al suo Ufficio studi, ha curato una simulazione sugli effetti economici che l’Imu “provocherà” sulle tasche degli imprenditori italiani. Secondo il testo del decreto sul federalismo municipale, l’Imu (Imposta municipale propria), a partire dal 2014, assorbirà l’Ici e l’Irpef sui redditi fondiari delle seconde case e sostituirà l’Ici sugli immobili strumentali (vale a dire i negozi commerciali, i laboratori artigianali, gli uffici e i capannoni industriali). Alla luce di questo cambiamento legislativo, la Cgia ha voluto capire quale sarà l’eventuale aumento/diminuzione delle tasse in capo alle imprese proprietarie degli immobili dove svolgono la loro attività imprenditoriale.
Per fare questo confronto, sottolineano gli artigiani mestrini, si è ipotizzato che l’aliquota Imu, applicata agli uffici, ai negozi commerciali o ai capannoni produttivi presenti su tutto il territorio nazionale, sia del 7,6 per mille (cosi come previsto dal decreto). Per l’Ici, invece, si è deciso di far ricorso all’aliquota media nazionale applicata dai comuni nel 2009, ovvero il 6,4 per mille. Prendendo in considerazione solo gli immobili produttivi di proprietà delle aziende, anche se tra quelli di proprietà delle persone fisiche ci sono molti piccoli imprenditori artigiani, commercianti o liberi professionisti, l’applicazione dell’Imu, rispetto alla situazione odierna, provocherà un aggravio della tassazione su questi immobili per un valore complessivo di 542 milioni di euro (pari ad un aumento medio per ciascuna azienda di +410 euro l’anno), così suddiviso: 41,6 milioni di euro in capo ai negozianti (aumento pro azienda pari a 110 euro); 50,8 milioni di euro tra i liberi professionisti (+190 euro per ciascun proprietario); 449,5 milioni di euro tra gli industriali e gli artigiani (incremento annuo per ciascun imprenditore pari a 668 euro). “Appare evidente che il risultato di questa nostra simulazione – conclude Bortolussi – è condizionato dalla scelta dell’aliquota da applicare su tutta la platea degli immobili ad uso strumentale presenti nel Paese. La decisione di far coincidere l’aliquota applicata in questo caso/studio con quella ordinaria del 7,6 per mille, ci è sembrata la più equilibrata. Il risultato emerso da questa elaborazione ha confermato la grande preoccupazione sollevata in questi giorni da molti osservatori: ovvero, che lo scambio tra l’Ici e l’Imu rischia di non portare nessun vantaggio alle imprese. Anzi, c’è il pericolo che dal 2014 molti imprenditori subiranno, nonostante il federalismo, un nuovo aumento delle tasse sui beni strumentali”.

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