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Fabbisogni, risparmiare conviene

Risparmiare sui costi dei servizi converrà agli enti locali. Se comuni e province riusciranno ad essere talmente virtuosi da spendere meno dei propri fabbisogni potranno incamerare per sé la differenza. E lo stesso potranno fare gli enti che svolgono funzioni in forma associata. In questo caso il risparmio sarà ripartito tra le amministrazioni partecipanti in ragione degli impegni presi nell’atto costitutivo. Il decreto legislativo sui fabbisogni standard, approvato in via definitiva ieri dal consiglio dei ministri (il terzo dlgs attuativo del federalismo a tagliare il traguardo dopo quello sul demanio e su Roma Capitale) spinge i sindaci e i presidenti di provincia a fare le formiche. E li chiama a una sfida non da poco: erogare servizi senza pregiudicare la qualità, rispettando gli obiettivi di servizio e i livelli essenziali delle prestazioni. Guadagnandoci pure. Come poi questo sia concretamente possibile nella situazione di cronica indigenza finanziaria vissuta dagli enti è tutto da vedere. In ogni caso ci sarà tempo fino al 2017 per scoprirlo. Perché la tabella di marcia ridisegnata dalla Bicamerale per il federalismo, per far entrare a regime i fabbisogni standard, ha rimodulato la road map prevista nel testo originario del decreto approvato in prima lettura dal cdm il 22 luglio scorso (si veda ItaliaOggi del 23/7/2010). Le finestre saranno tre. Nel 2011 dovranno essere determinati (per entrare in vigore l’anno successivo e a regime nel 2015) i fabbisogni relativi a un terzo delle funzioni fondamentali. Nel 2013 entreranno in vigore i fabbisogni (individuati entro l’anno precedente) per almeno due terzi delle funzioni e andranno a regime nel 2016. Nel 2014 i fabbisogni standard dovranno coprire il 100% delle funzioni e saranno pienamente operativi nel 2017. Saranno la Sose, la società del Mef che elabora gli studi di settore, e l’Ifel, l’Istituto per la finanza locale dell’Anci, a individuare i fabbisogni in collaborazione con l’Istat e la Ragioneria dello stato. Le metodologie seguite saranno sottoposte al vaglio della Copaff, ovvero della Conferenza permanente per il coordinamento della finanza pubblica quando sarà istituita. I fabbisogni di ciascun comune e provincia verranno messi nero su bianco con dpcm da emanare previa verifica della Ragioneria dello stato e dopo aver acquisito il parere della Conferenza stato-città. Successivamente il testo passerà al vaglio della Bicamerale per il federalismo che avrà 15 giorni di tempo per esaminarlo. Dopo, palazzo Chigi potrà approvarlo ugualmente. Gli enti locali non potranno rifiutarsi di inviare a Sose e Ifel i dati necessari a definire gli standard. Chi lo farà sarà infatti sanzionato con il blocco dei trasferimenti. I comuni e le province delle regioni a statuto speciale e delle province autonome di Trento e Bolzano saranno esclusi dall’applicazione del decreto. Le prossime tappe del federalismo. Archiviata la partita sui fabbisogni standard (relativamente semplice vista la natura metodologica del decreto) ora il federalismo entra nel vivo con i due dlgs che rappresentano il cuore della riforma. E che stanno incontrando più di una difficoltà. Il testo sul fisco comunale ha iniziato l’iter in parlamento (pur senza il parere positivo dei sindaci) e dovrebbe avere come relatore il presidente della commissione bicamerale, Enrico La Loggia. Quello sul fisco regionale e sui costi standard della sanità è sempre più in fase di stallo. Ieri in Conferenza unificata i governatori avrebbero dovuto dare il parere sul testo, ma si è consumato l’ennesimo nulla di fatto. I presidenti delle regioni si sono rifiutati di esprimere la propria posizione fino a quando non saranno convocati dal governo per discutere di trasporto locale e sanità («servizi che potrebbero entrare in gravissima tensione», ha osservato il presidente della Conferenza delle regioni Vasco Errani). Il termine previsto per il parere scade il 4 dicembre e la speranza è che i governatori vengano ricevuti dall’esecutivo la prossima settimana. Demanio. Nulla di fatto in Unificata anche per un altro provvedimento molto atteso: il decreto attuativo del dlgs 85/2010 sul federalismo demaniale che individua i beni giudicati indisponibili da parte delle amministrazioni statali e che per questo non saranno trasferiti agli enti locali. Il testo dovrà essere completamente riscritto perché, come ha spiegato il ministro della semplificazione, Roberto Calderoli, «da un lato è incompleto e sotto altri aspetti c’è scritto troppo». Comunità montane. La Conferenza unificata ha rinviato anche l’esame del provvedimento che attribuisce ai comuni, già facenti parte delle comunità montane, il 30% delle risorse provenienti dal fondo ordinario, azzerato dalla finanziaria 2010. Alla base della decisione la sentenza della Corte costituzionale n. 326/2010 (si veda ItaliaOggi di ieri) che ha rilevato l’illegittimità della soppressione dei trasferimenti erariali alle comunità montane per quanto attiene alla parte relativa al fondo sviluppo e investimenti. Una decisione che non è piaciuta all’Uncem, rappresentata dal vicepresidente Oreste Giurlani, secondo cui un ennesimo rinvio rischia di aggravare ulteriormente la situazione dei dipendenti delle comunità montane, da mesi senza stipendio.

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