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Debiti p.a. ancora sconosciuti

Per sapere a quanto ammontano effettivamente i debiti delle pubbliche amministrazioni verso imprese e professionisti occorrerà attendere ancora. Al momento, infatti, «non possono essere fornite quantificazioni, posto che una compiuta conoscenza dello stock (…) necessita di una rielaborazione e verifica dei dati pervenuti, al fine di accertare sia il tasso di adesione alla ricognizione sia la corretta individuazione della tipologia dei debiti da considerare». Operazione alquanto complessa se si pensa che, per esempio, alcuni comuni con più di 20 mila creditori dovranno mettere a punto e comunicare 20 mila elenchi dei propri debiti.

Nella nota di aggiornamento al documento di economia e finanza pubblica (Def) 2013 approvata venerdì scorso dal Consiglio dei ministri, vengono confermati i timori espressi dalle associazioni rappresentative del mondo produttivo (specialmente dall’Ance), che da tempo avevano sottolineato numerose pecche nella procedura di monitoraggio implementata dal Mef. Dopo aver fatto per mesi orecchie da mercante, via XX Settembre è ora costretta ad ammettere che l’operazione richiede altro tempo e rischia di essere parziale e incompleta. Solo a fine mese, si potrà forse conoscere un primo risultato della ricognizione che le p.a, dovevano completare entro il 15 settembre, ma in base a quanto scritto nel Def difficilmente si potrà trattare di un dato definitivo.

La causa è da ricercare nell’incoerenza e nell’eccessiva complessità dei meccanismi, accentuate dalle circolari della Ragioneria generale dello stato che, da un lato, hanno introdotto non poche eccezioni all’obbligo di comunicazione/certificazione dei debiti, dall’altro hanno imposto un vero è proprio «tour de force» alle p.a.: per esempio, come detto, alcuni comuni hanno più di 20 mila creditori e devono caricare 20 mila elenchi sulla piattaforma. Ciò determina un’ulteriore conseguenza negativa: i creditori, infatti, non sono in grado di sapere se e quando il caricamento dei dati è stato completato.

Il risultato è che, ancora oggi, nessuno è in grado di conoscere l’esatto ammontare di debiti scaduti, nella migliore delle ipotesi, da otto mesi (ma che in molti casi sono assai più antichi).Se a ciò aggiungiamo le difficoltà per riuscire a raccogliere la documentazione necessaria affinché banche e intermediari finanziari possano farsi cessionari dei crediti o anticiparne l’importo (si veda ItaliaOggi del 17 settembre scorso), ben si comprende la frustrazione da parte di tutti coloro che non hanno potuto beneficiare dello sblocco immediato dei pagamenti consentito dal dl 35.

In base ai dati forniti nei giorni scorsi dal ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni e ora messi nero su bianco nella nota di aggiornamento al Def, al 18 settembre risultavano pagati debiti per circa 11,3 miliardi, di cui 2,6 dalle amministrazioni statali, 5,3 dalle regioni e province autonome e 3,3 dagli enti locali. Secondo la Banca d’Italia, tuttavia, lo stock di debiti sarebbe ben più consistente, aggirandosi sui 70-90 miliardi.

Il Mef ha sempre considerato tale cifra ampiamente sovrastimata, ma finora non ha fornito numeri ufficiali. Va evidenziato, infine, che la stessa incertezza potrebbe riproporsi in futuro con ancora maggiore gravità: per i debiti maturati dopo la fine del 2012, infatti, le p.a. dovranno effettuare (a partire dal prossimo 30 aprile) solo una comunicazione cui la Rgs attribuisce «effetti meramente ricognitivi».

Ciò rischia di rendere ancora meno attendibili i risultati del monitoraggio, oltre a costringere i creditori a richiedere la certificazione secondo le (ancora più complesse) procedure ordinarie. Non a caso, l’Ance ha già richiesto un correttivo che preveda l’introduzione a regime di un meccanismo di certificazione automatica.

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