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Costi standard una tenaglia per il Sud

E’ passato quasi inosservato qualche giorno addietro il passaggio in Consiglio dei ministri dello schema di decreto legislativo che, in base alla delega sul federalismo fiscale, dispone sui costi standard dei servizi erogati da Comuni e Province. Ora il confronto con Regioni ed enti locali, il passaggio in Parlamento, poi il decreto definitivo. Ma le scelte fondamentali sono poste. Un problema serio e grave, che riceve risposte gravi ma non serie. Entro il 2016, il fabbisogno degli enti locali – cioè le risorse necessarie per espletare le funzioni – sarà misurato non sulla spesa di fatto sostenuta, ma su quel che dovrebbe teoricamente essere il costo dei servizi prestati. Un fabbisogno standard determinato in base a costi standard. E nel caso di costi e spese maggiori del dovuto, in principio toccherà ai contribuenti locali mettere mano alla tasca. La legge 42 del 2009 affidava a un decreto legislativo delegato la determinazione dei costi standard. Ma il legislatore delegato evidentemente non è a tutt’oggi in grado di mettere una sola cifra nella scatola vuota del federalismo fiscale. Ed ecco il colpo di genio. Per Comuni e Province lo schema di decreto delegato affida tutto alla Sose, la società pubblica che cura gli studi di settore per i redditi dei lavoratori autonomi. Si costruisce poi un percorso a mio avviso in palese violazione della legge delega. Alla fine, il costo standard non è più stabilito dal legislatore, ma dal presidente del Consiglio con proprio decreto. Il testo apre a varie considerazioni. La prima è che tra Sose e federalismo fiscale l’unico punto di contatto è che in entrambi i casi si ha a che fare con le tasse. Ma qui termina l’affinità. A che serve il know how della Sose, costruito guardando alla capacità fiscale del contribuente, per la determinazione del costo standard di un servizio? Né rassicura che la Sose possa somministrare un questionario a Comuni e Province, tenuti a rispondere entro sessanta giorni a pena di cessazione di ogni trasferimento di risorse da parte dello Stato. Quante amministrazioni – soprattutto nel Mezzogiorno – conoscono davvero i propri costi? Quante sono in grado di ricostruire la struttura di un servizio evidenziando gli elementi che concorrono a determinare gli oneri? E laddove anche fossero in grado di farlo, le amministrazioni poco virtuose metterebbero nel conto i propri sovracosti clientelari o para-assistenziali – ad esempio, un surplus di addetti – così attestando la mancanza di virtù? Ma soprattutto preoccupa che parta la sola locomotiva dei costi standard, senza considerare contestualmente il complesso delle risorse che dovrebbero andare agli enti locali per le funzioni esercitate. In specie preoccupa che la filosofia del governo sull’autonomia impositiva dei Comuni sia centrata essenzialmente sui tributi riferiti agli immobili, rimanendo però la prima casa sottratta a ogni tassazione. Quindi, solo i Comuni con un forte mercato di seconde case avranno fonti di entrata significative. E gli altri? È chiara la tenaglia che può delinearsi in prospettiva per molte amministrazioni meridionali. Da un lato, vedranno ridursi i trasferimenti da parte dello Stato in ragione dei costi standard, dall’altro non troveranno di fatto risorse tassando i propri cittadini. Come se ne può uscire? Anzitutto con la perequazione e la solidarietà, garantite in Costituzione e nella stessa legge 42 del 2009 per i territori economicamente più deboli. Ma su questi pezzi – pur decisivi – del federalismo fiscale il silenzio è assoluto, e non si scrivono decreti. Il federalismo fiscale non è questione da ragionieri, o da Guardia di finanza. È un passaggio in cui si rinegoziano le ragioni e le condizioni dell’unità nazionale. Anche l’avventurismo fiscale del governo in carica la pone a rischio. Ma dalla politica meridionale viene solo un silenzio assordante.

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