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Corretta la «svista» sull’Unità d’Italia

Alla fine se ne sono accorti anche in Parlamento. Il decreto che ha istituito la festa del 17 marzo non funziona, perché per pareggiare i conti il giorno di riposo avrebbe dovuto sostituire gli effetti della «festività soppressa del 4 novembre», che però non è più una festività soppressa (come segnalato sul Sole 24 Ore del 6 marzo). Il giorno della vittoria nella prima guerra mondiale è semplicemente spostato in domenica da una legge del 1977 (la n. 54), con il risultato che nella maggioranza dei comparti non produce alcun effetto economico o giuridico: il 17 marzo, in sostanza, avrebbe rischiato di regalare a milioni di lavoratori un giorno di riposo in più, con buona pace della festa «a costo zero» pensata per celebrare il 150esimo dell’Unità. La questione è spinosa, al punto che l’emendamento del relatore (Andrea Pastore, del Pdl) che ci mette una pezza è stato riscritto tre volte: nell’ultima versione prevede di compensare lo stop del 17 marzo con «il 4 novembre o una delle altre festività tuttora soppresse», azzerando i costi in tutti i comparti. In pratica, il 17 marzo assorbirà davvero uno dei quattro giorni liberati ogni anno per queste festività. Rimane il problema di una correzione intervenuta dopo che il “riposo obbligato” si è già verificato, ma non è il caso di sottilizzare. Meglio archiviare in fretta la questione, destinata a restare un unicum tanto più che l’Aula ha bocciato la proposta Idv di celebrare il 17 marzo di ogni anno il «giorno dell’indipendenza». Ora il testo deve superare il voto finale del Senato e approdare alla Camera, sempre che la Lega non si metta di traverso sull’approvazione finale della «follia incostituzionale» (copyright di Roberto Calderoli).

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