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Conti e cuneo, legge di stabilità al bivio

Senza fiducia al governo Letta potrebbe arrivare una legge di stabilità “light”, priva delle misure per lo “sviluppo” fortemente invocate dalle parti sociali. Al contrario, se l’esecutivo sarà rimesso in grado di riprendere la sua marcia, la legge di stabilità ripartirà dal taglio al cuneo fiscale e dal patto di stabilità interno.

Non a caso ieri di riduzione del costo del lavoro si è parlato prima a Palazzo Chigi, e in serata al tavolo tecnico di esperti al ministero dell’Economia, che attraverso simulazioni, con modelli econometrici, stanno studiando l’impatto macroeconomico delle singole misure per la crescita e gli effetti sulla distribuzione dei redditi. Una conferma arriva dal ministro del Lavoro, Enrico Giovannini: «La riduzione del costo del lavoro – ha ricordato – è già stata indicata dal premier come elemento qualificante delle legge di stabilità e riteniamo che si possa farla senza mettere a rischio il rapporto deficit-Pil. Abbiamo i margini da usare per consentire alle imprese di recuperare la competitività e ai lavoratori di avere un dividendo». A questo proposito il ministro per gli Affari europei, Enzo Moavero Milanesi, ha ribadito che «è ferma intenzione del Governo mantenere i nostri conti in regola entro il limite del 3%. Non possiamo parlare di troika».

I tecnici ragionano sulla «tipologia e sulla portata dell’intervento», spiega il sottosegretario al Lavoro, Carlo Dell’Aringa. Il concetto di taglio del cuneo fiscale potrebbe essere allargato con misure di sgravio specifiche per i lavoratori o ancora, per le imprese, con l’aumento delle deduzioni Irap su lavoratori assunti, neo-assunti, giovani e donne, o con la riduzione del peso dei contributi Inail. È ancora aperta l’ipotesi di un intervento selettivo o ad ampio raggio. A sostegno della prima opzione si è schierato Giovannini: «Puntiamo in modo specifico a premiare le imprese che fanno crescere l’occupazione e l’economia, affilando quindi la mira degli interventi per una riduzione selettiva del cuneo fiscale, senza procedere con una distribuzione a pioggia dei fondi».

Il futuro della “vecchia finanziaria” per il 2014 è, dunque, inevitabilmente legato a doppio filo al futuro del governo. Se il premier Enrico Letta non incasserà la fiducia il disegno di legge, con tutta probabilità, sarà in versione solo “tabellare”. Una legge priva realmente, forse per la prima volta, delle misure ordinamentali. Si lavorerà alla tenuta dei conti, che come ha già sottolineato domenica scorsa al Sole – 24 Ore lo stesso ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, «sono a posto». Si dovrà comunque procedere alla “manovrina” di rientro sotto il tetto del 3% nel rapporto tra deficit-Pil. Ma al di là dei segnali che si vorranno dare a Bruxelles, ci sarà tempo fino alla fine dell’anno. E comunque sia la strada era tracciata. Nel Cdm di venerdì scorso, ovvero prima che la crisi politica spazzasse via il cosiddetto “decreto Iva” le coperture per recuperare 1,6 miliardi necessari a rientrare sotto al tetto del 3% nel rapporto deficit-Pil prevedevano la dismissione di una quota di immobili pubblici e una serie di accantonamenti di impegni di spesa sulle missioni dei ministeri per 415 milioni. Con esclusione delle spese per istruzione, università, ricerca, sviluppo e coesione, nonché per l’Expo 2015 di Milano.

Ci sono poi da rifinanziare le spese inderogabili, pari a 800 milioni di euro, di cui di cui 265 milioni per le missioni di pace, 330 milioni per la Cig in deroga, 200 milioni per l’immigrazione e 35 milioni per “ricaricare” la social card. Ma anche su questo fronte lo schema del decreto Iva di venerdì scorso individuava precise coperture.

Lo scenario potrebbe cambiare radicalmente se il Governo Letta riuscirà a ottenere una fiducia “piena” che gli consenta di proseguire il suo cammino. «Il quadro lo abbiamo ben chiaro», ha precisato il sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta. «In particolare – ha aggiunto Baretta – enti locali e parti sociali (lavoratori e imprese) saranno i due ambiti su cui sarà impostata la legge di stabilità».

Sul capitolo enti locali si dovrà attendere l’arrivo della service tax e un contestuale allentamento del patto di stabilità interno. Con la service tax saranno superate Imu e Tares. Sul patto di stabilità interno, invece, si lavora sia a un’ipotesi di allentamento “selettivo”, con la riduzione dei vincoli per voci come il dissesto idrogeologico o la manutenzione degli immobili, sia a un allentamento “secco” che consenta poi direttamente ai sindaci di stabilire come e dove indirizzare le risorse.

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