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Comuni a corto di dividendi

Nel 2010 il gruppone di testa delle partecipate comunali macinava utili, reggeva i conti di grandi Comuni (soprattutto in Lombardia) e nei censimenti complessivi riusciva a nascondere i tanti problemi disseminati in particolare tra le aziende più piccole.

Ancora nel 2011 le società dei Comuni avevano distribuito 615 milioni di euro di utili, manna dal cielo per qualche amministrazione, mentre nel 2012 i dividendi si sono fermati intorno ai 290 milioni: un crollo secco del 64%, che lascia per strada parecchi e mostra il deterioramento progressivo vissuto dai risultati dell’economia pubblica. Anche perché i dividendi sono la caratteristica di una sorta di élite nel mondo delle società locali, ma dietro a questa cerchia ristretta si ingrossa il panorama delle aziende con difficoltà crescenti. Solo il 57% delle società registra ancora conti in utile, il 27% denuncia una perdita e l’altro 16% mostra un «saldo zero» che può “nascondere” contributi in conto esercizio erogati dai soci per pareggiare i conti; e se si guarda solo alle società a controllo totalitario, quelle cioè in cui i sindaci sono proprietari del 100% delle quote, il risultato complessivo è in rosso per 570 milioni di euro.

I numeri sono scritti nella nuova edizione della banca dati Consoc, il censimento sulle partecipazioni degli enti che il dipartimento della Funzione pubblica conduce annualmente dal 2008: dati che, rileva il dipartimento, confermano «l’irrazionale numero di società, enti e consorzi partecipati» e che sono figli del naufragio delle norme che si sono affacciate negli anni nel tentativo di contenere il fenomeno.

In campo comunale, oggi la banca dati della Funzione pubblica calcola poco meno di 9mila aziende, intrecciate in un gomitolo di oltre 31mila partecipazioni incrociate e in cui lavorano almeno 263mila persone, ma avverte che i numeri definitivi potrebbero anche essere diversi, perché le mancate comunicazioni non sono sanzionate e gli stessi enti locali faticano sempre più a tenere il passo delle richieste di informazioni che si affollano da parte di più amministrazioni centrali, dalla Corte dei conti al ministero dell’Economia, e che finiscono per moltiplicare le procedure ma non la qualità dei censimenti.

Per il suo carattere continuo e sistematico, però, la rilevazione targata Funzione pubblica offre la panoramica più completa e permette di analizzare la storia delle partecipate e capire quali regole hanno influito di più sulla vivacità societaria dei Comuni. Negli ultimi anni l’unico vincolo che ha frenato davvero la creazione di nuove società è arrivato dal l’estensione alle in house delle regole che negli enti locali affidanti limitano il turn over e le spese di personale. Da allora le nuove società, che negli anni precedenti erano spuntate a ritmi fino a 350 all’anno, hanno cominciato a rarefarsi, ma nonostante la moltiplicazione di regole che hanno caratterizzato gli anni successivi il fenomeno non si è fermato: anche nel 2012, dice la banca dati Consoc, sono stati tagliati i nastri di 52 nuove società comunali, il 27% in più delle 41 varate nel 2011. La dinamica si spiega anche con il fatto che molte regole si sono fermate allo stadio di annunci, come l’estensione del Patto di stabilità o gli obblighi di privatizzazione, entrambi cancellati dall’ultima legge di stabilità. In cambio, la manovra tenta la strada di rafforzare i vincoli al personale, estendendo alle società (ma non a quelle di servizi pubblici) il blocco di contratti e stipendi, e impone l’accantonamento di un fondo a copertura delle perdite: un fondo, però, che partirà solo nel 2015.

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