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Centro e periferia nel nodo fiscale della territorialità

L’Iva destinata ai sindaci è il punto più critico, ma non è l’unico snodo in cui le tasse condivise fra stato, regioni ed enti locali nella futura Italia federalista provano la sfida della territorialità. Nel sistema disegnato dai decreti attuativi impegnati nella navigazione parlamentare, la complessa architettura delle compartecipazioni offre il nucleo fondamentale delle entrate dei bilanci degli enti territoriali. Tra regioni, province e comuni la partita delle tasse in coabitazione nella fase di debutto del federalismo fiscale sfiora i 70 miliardi. Ma le compartecipazioni ai tributi erariali non rischiano di essere una riedizione solo un po’ più moderna dei vecchi trasferimenti, che hanno alimentato l’albero storto della finanza derivata? Dipende, appunto, dal grado di fedeltà che le future compartecipazioni mostreranno nei confronti del luogo di nascita del gettito. Per capire i termini del problema si può partire dall’Iva assegnata alle regioni, che copre la fetta più sostanziosa dei tributi compartecipati nell’Italia federale. Le prime versioni del decreto attuativo sul fisco regionale prevedeva di dimezzare l’attuale compartecipazione, affiancandola con una quota di Irpef, ma alla fine si è preferito puntare tutto sull’imposta sul valore aggiunto. Fino al 2013 la distribuzione delle risorse avverrà con le regole attuali, poi la quota assegnata a ogni regione sarà basata sul gettito prodotto dal territorio. «Questo è il punto di svolta fondamentale – sottolinea Luca Antonini, presidente della commissione per l’attuazione del federalismo fiscale ?, perché cancella il premio all’evasione determinato dal sistema attuale», che assegna il gettito ai territori sulla base dei consumi censiti dall’Istat e non del gettito. Sulla divisione regionale dell’Iva, sostiene il governo, non ci saranno problemi, perché il quadro «VT» delle dichiarazioni offre una base di dati sufficientemente solida (che per ora non è stata pubblicata); i problemi iniziano quando si cerca un livello di dettaglio superiore. L’incertezza geografica, almeno per ora, non è limitata all’Iva; dopo una trattativa serrata con il governo, per esempio, le province hanno spuntato una compartecipazione all’Irpef, dal momento che quella al gettito dell’accisa sulla benzina non offriva un paracadute sufficiente a compensare l’addio ai trasferimenti. Sulle modalità di distribuzione, però, la partita è ancora tutta da giocare. Una fetta dei tributi regionali sull’auto, invece, servirà a far dimenticare senza troppi problemi i trasferimenti dei governatori ai presidenti di provincia. Per i sindaci, invece, accanto all’Iva dovrà intervenire il 30% del prelievo sulle compravendite immobiliari e il 21,6% della cedolare secca, che nel 2012 scenderà al 21,5% e dal 2014 potrebbe salire fino a dare ai comuni tutto il gettito della tassa piatta. Un sistema ricco, che spesso servirà ad alimentare i fondi di perequazione e quindi non sarà vincolato al territorio in cui la tassa nasce. «Le compartecipazioni – riflette comunque Luca Antonini – sono un ingrediente tipico del federalismo. In Germania, per esempio, i comuni hanno il 15% dell’imposta sui redditi, il 12,5% di quella sui redditi da capitale e il 2,5% dell’Iva, e mi pare che la Germania possa essere considerata un sistema federale».

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