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Caserme e rifugi «gratis» ai Comuni

La macchina del federalismo demaniale tenta di rimettersi in moto. Nel 2011 aveva, infatti, iniziato a scaldare i motori, ma la caduta del Governo Berlusconi e il passaggio di testimone all’Esecutivo dei professori ne aveva rallentato, se non quasi fermato, il cammino. Ora si riparte con una dote di mille beni – per l’esattezza 953 – messi a disposizione dal ministero della Difesa con un’operazione congegnata insieme al ministero dell’Economia. Caserme, terreni, campo sportivi, rifugi alpini, strade che i militari non utilizzano più e che gli enti locali potranno richiedere all’Agenzia del demanio, alla quale la Difesa provvederà a trasferirli.

Questo sentiero verrà percorso in parallelo al piano di dismissioni immobiliari che il ministero dell’Economia ha messo nero su bianco nella manovrina correttiva del mese scorso e che, entro i primi di dicembre, dovrebbe portare al trasferimento di 50-60 cespiti dal Demanio alla Cassa depositi e prestiti. Un’operazione che farà affluire nelle casse dello Stato circa 500 milioni di euro con cui contenere il deficit di quest’anno e, attraverso il fondo di ammortamento dei titoli di Stato, ridurre il debito pubblico. Nel 2014 dovrebbe poi esserci una seconda tranche di trasferimenti, dal valore di libro di almeno 1,5 miliardi, che utilizzerà Invimit, la Sgr immobiliare del Tesoro in via di decollo.

Soffermandoci in questa sede sul federalismo demaniale e, in particolare, sulle disponibilità dei due settori speciali (perché disciplinati da regole proprie) della Difesa e dei Beni culturali, occorre innanzitutto sottolineare che nella lista dei mille beni militari – elenco che al momento riguarda gli immobili che si trovano nelle regioni a statuto ordinario ma che in un prossimo futuro sarà integrato con altri 500 cespiti presenti nelle regioni a statuto speciale – si ritrovano molte proprietà che già a inizio estate del 2011 il ministero di XX settembre aveva valutato potessero essere trasferite agli enti locali. Quell’operazione poi si bloccò per il cambio di Governo: venuta meno la spinta della Lega, il federalismo – da quello demaniale a quello fiscale – fu infatti messo in naftalina.

Se ora la questione riprende vigore è perché il passaggio di beni viene visto soprattutto in chiave di risparmi e reperimento di risorse. Da una parte, infatti, i militari si liberano di proprietà non più utilizzate e il cui mantenimento è molto oneroso, dall’altra si chiede a regioni, comuni e province di farsi avanti per valorizzare quegli immobili sia in chiave sociale, con investimenti utili alla collettività, ma anche in un’ottica di mercato, con operazioni da cui provengano introiti per le amministrazioni locali e, a ricasco, per lo Stato. L’innesco della nuova fase è dovuto all’articolo 56-bis del decreto del Fare, che ha disegnato una procedura più snella per il trasferimento dei beni dal centro alla periferia. Anche se per rendere l’operazione ancora più appetibile agli enti locali, che avranno tempo fino al 30 novembre per richiedere i beni attraverso il sito dell’agenzia del Demanio, si stanno studiando ulteriori modifiche (si veda l’articolo a fianco).

Pur giudicando in maniera positiva l’opportunità offerta ai comuni «perché genuinamente orientata a far fare dal basso le operazioni che il territorio vuole», il vicepresidente dell’Anci con delega al patrimonio immobiliare, nonché sindaco di Pavia, Alessandro Cattaneo (Pdl), sottolinea che ci sono almeno due aspetti che vanno modificati per far ripartire effettivamente la macchina del federalismo demaniale. Il primo è che lo stesso decreto del Fare impone ai municipi di destinare all’abbattimento del debito dello Stato il 10% dei proventi delle alienazioni immobiliari, anche se si tratta di beni di loro proprietà; la seconda – spiega ancora Cattaneo – è che per ogni bene trasferito il comune si vedrà decurtati i trasferimenti erariali. Con l’effetto quasi paradossale – aggiunge – che se riceverà un immobile affittato, «l’affitto lo percepirà fino alla scadenza del contratto mentre i trasferimenti gli verranno tagliati per sempre». Da qui la sua richiesta di «temporizzare la riduzione dei trasferimenti».

Agli elenchi della Difesa si aggiungono quelli dei Beni culturali. Se, però, per la Difesa si tratta di riprendere il filo del discorso, i Beni culturali hanno fatto qualche passo in più. Sono, infatti, 19 i beni già trasferiti agli enti locali, mentre per altri 25 sono stati sottoscritti tra Demanio e amministrazioni gli accordi di valorizzazione e ora si deve procedere al passaggio dei cespiti. «Agli inizi del 2011 – spiega Gianni Bonazzi, direttore del servizio coordinamento e studi del segretariato generale dei Beni culturali – abbiamo istituito una cabina di regia con l’agenzia del Demanio e questo ci ha consentito di andare avanti. Bisogna, comunque, ricordare che l’assegnazione dei beni è subordinata a un progetto di valorizzazione che l’ente locale deve predisporre e c’è sempre l’eventualità che, laddove quel progetto non venga rispettato, l’immobile ritorni nella disponibilità del Demanio».

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