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Casa e rifiuti, un rebus che vale 6 miliardi

Sicuramente ci sono state giornate peggiori, se si guarda solo alla quantità di imposte pagate dai proprietari di casa. Ma certo il 24 gennaio sarà un “venerdì nero” per la mole di complicazioni (evitabili) scaricata sui contribuenti.

Per la mini-Imu, si dovrà andare alla cassa nei 2.401 Comuni che nel 2013 hanno deliberato o confermato un’aliquota sull’abitazione principale superiore a quella statale dello 0,4 per cento. Con in più la necessità di individuare anche tutte le situazioni “affini” alla prima casa che impongono comunque il versamento (si veda la pagina precedente).

Per la maggiorazione Tares, invece, non esiste neppure una stima sul numero di Comuni in cui i contribuenti dovranno effettuare il versamento entro venerdì prossimo. In questo caso il calcolo non è particolarmente complesso, perché si tratta solo di applicare un coefficiente di 30 centesimi al metro quadrato, prendendo a riferimento la superficie denunciata agli sportelli comunali per il tributo o la tariffa rifiuti.

Il problema è che questa maggiorazione è in realtà un’imposta tutta statale, che non ha niente a che vedere né con i rifiuti, né con il Comune. Tant’è vero che molti sindaci hanno scelto di non riscuoterla insieme alla Tarsu o alla Tia, inviando nei giorni scorsi un bollettino o un modello F24 separato ai cittadini. Da qui tutto il caos sui ritardi e sulle sanzioni, accompagnato dalla solita dose di incertezza, perché molti proprietari – pagando la rata del 16 dicembre – non hanno prestato particolare attenzione nel controllare se il Comune avesse già addebitato o no la maggiorazione. E quindi ora non sanno se devono aspettarsi un bollettino in questi giorni.

Tra ciò che è stato già versato e ciò che arriverà venerdì, la maggiorazione Tares dovrà portare nelle casse dello Stato tra 1,1 e 1,2 miliardi di euro. Ma si tratterà di una sorta di una tantum, perché dal 2014 il prelievo sui servizi indivisibili sarà ripensato da zero. E, soprattutto, perché per i rifiuti arriverà la nuova Tari, che prenderà il posto della Tares (adottata nel 2013 da un numero ridottissimo di Comuni) e delle ben più utilizzate Tarsu e Tia, nelle loro diverse versioni locali.

Nel complesso, quest’anno i servizi di raccolta e smaltimento rifiuti costeranno ai proprietari di case, negozi, uffici e attività produttive almeno 5,5 miliardi. Come sarà distribuito questo carico fiscale, però, non è ancora possibile dirlo, dal momento che la legge di stabilità per il 2014 contiene soltanto una disciplina cornice, destinata oltretutto a essere ancora modificata da Governo e Parlamento nella riscrittura della nuova imposta unica comunale (Iuc), di cui la Tari è una delle componenti insieme a Tasi e Imu.

In ogni caso, anche quando le regole nazionali saranno state definite, toccherà ai Comuni dettare la disciplina di dettaglio (e le tariffe) sulla Tari. Con il rischio concreto di un ingorgo per gli uffici locali, chiamati a disciplinare anche la Tasi.

Il principio generale dettato dall’Unione europea con la direttiva 2008/98/Ce è quello del «chi inquina paga», che dovrebbe tradursi in un aggravio per le attività come bar, discoteche o negozi di ortofrutta, e in uno sconto rispetto al 2013 per gli studi professionali o i negozi d’abbigliamento. Pochissime città, però, hanno messo a punto i metodi di misurazione puntuale della produzione di rifiuti che consentirebbero di far pagare davvero chi produce più rifiuti. Lo scenario più verosimile, almeno ad oggi, è che i Comuni partano ancora dal cosiddetto metodo normalizzato (previsto dal Dpr 138/1998) andando a correggere in modo più o meno marcato le tabelle tariffarie utilizzate fino allo scorso dicembre.

Per conoscere i dettagli servirà tempo (e pazienza). E pensare che la prima stesura del disegno di legge di stabilità fissava addirittura a giovedì scorso – 16 gennaio – la prima scadenza per il pagamento della Tasi e della Tari.

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