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Ue, Italia fanalino di coda nell’economia digitale

Fonte: Il Sole 24 Ore

Peggio dell’Italia fanno solo Grecia, Bulgaria, Romania. La fotografia dello scontento 2.0 della Penisola traspare impietosa dal nuovo indice dell’economia e della società digitali (Desi – Digital economy and society index) messo a punto dalla Commissione Ue. A conti fatti e mettendo insieme 33 indicatori racchiusi in 5 macrocategorie (connettività, competenze digitali, attività online, integrazione delle tecnologie digitali, digitalizzazione dei pubblici servizi) l’Italia finisce per essere 25esima sui 28 Paesi dell’Ue. 

Si potrebbe obiettare che non tutti gli indicatori sono riferiti al 2014, che ci sono stati miglioramenti rispetto all’anno precedente e che comunque per 9 indicatori su 33 la performance italiana è migliore della media europea. La sintesi fatta dalla Ue è tuttavia tranchant: l’Italia è nel gruppo dei Paesi con «prestazioni basse». E con lo 0,36 di punteggio complessivo (si va da 0 a 1) il Paese battistrada, la Danimarca, è decisamente lontano (0,68) mentre il fanalino di coda Romania (0,31) è davvero a un passo. 

I dati, sottolineano da Bruxelles, «dimostrano che all’interno della Ue la digitalizzazione dei Paesi non è uniforme e che i confini nazionali continuano a rappresentare un ostacolo a un vero e proprio mercato unico digitale, una delle priorità fondamentali della Commissione Juncker». E così si scopre ad esempio che a livello generale la maggior parte dei cittadini dell’Ue usa ormai internet regolarmente e a connettersi alla rete nel 2014 è stato ben il 75% dei cittadini contro il 72% del 2013. Ma questa media si colloca all’interno di un range che vede in testa il Lussemburgo con il 93% dei cittadini online e ultima la Romania (48%). Allo stesso modo il 33% degli utenti di internet che ha utilizzato formulari online per inviare informazioni alle autorità pubbliche si pone fra il 69% della Danimarca e il 6% della Romania.

Detto questo, sui primi tre gradini del podio nel ranking dell’Europa digitale la Ue mette Danimarca, Svezia e Paesi Bassi. Il Regno Unito è al sesto posto, la Germania al decimo, la Spagna al dodicesimo, la Francia al quattordicesimo. Tutti sono sopra la media europea (0,47). Per l’Italia la strada disegnata dall’indice Desi è invece indubitabilmente in salita. Il Paese ha «il livello di copertura più basso dell’Ue» per le connessioni internet veloci (solo il 21% contro il 62% di media Ue) e sul fronte degli abbonamenti a banda larga fissa (il 51% contro il 70% di media). Se dalla banda larga (sopra i 2 Mbps di velocità) si va a quella ultralarga (con velocità superiore ai 30 Mbps) il 2,2% degli abbonamenti rispetto al totale degli abbonati a banda larga fissa è ben lontano dal 22% di media Ue.

Si sbaglierebbe però a pensare che per l’Italia si tratti solo di un problema di infrastrutture. Il messaggio chiaro che arriva da Bruxelles è che sulla domanda c’è da lavorare. E molto. 
Basti pensare che a utilizzare Internet è il 59% della popolazione (di età compresa fra 16 e 74 anni) contro il 75% di media Ue. La percentuale è fra le più basse in Europa e pone l’Italia al 25esimo posto in classifica. E a questo va aggiunto che c’è un 31% di popolazione italiana che non ha mai usato Internet. Quelli che invece navigano fanno poca lettura (60%, 26esima posizione) dei giornali online, basso uso di Tv su internet (0,5%, ultimi in Ue) e video on demand (20%, 21esimi), pochi social network (58%, 22esimi). Anche se sono aumentati shopping online e home banking, la percentuale resta «ancora scarsa» (42% e 35%). Infine l’interazione fra cittadini e Pa resta molto bassa (appena il 18% degli utenti di internet).

Certo, qualche barlume c’è, come per esempio sul versante delle «prestazioni della sanità elettronica» che «sono discrete, sebbene possano essere migliorate»: il 41% dei medici di base scambia dati via internet e il 9,2% fa uso di ricette elettroniche. Bene anche i progressi nell’attuazione della normativa Ue sugli open data, come dimostra il nono posto nella classifica). Allo stesso modo «passi avanti» sono quelli che stanno facendo le imprese italiane nell’adozione di soluzioni di eBusiness. Sono infatti fra le leader in Europa per l’uso delle soluzioni cloud per dati e informazioni (l’Italia su questo fronte è quinta con un 20% di imprese che hanno adottato soluzioni cloud). Detto questo, anche qui arrivano i “però”. Il commercio online in particolare rimane uno sconosciuto: solo il 5,1% delle Pmi utilizza l’e-commerce e anche il fatturato riconducibile all’e-commerce non è molto alto: 4,8% del fatturato totale, pari alla metà della media Ue.

Lo stimolo a un maggiore utilizzo dei sistemi digitali sembra quindi essere dirimente, soprattutto ora che gli operatori di tlc – da Telecom, a Vodafone, a Fastweb a Metroweb – hanno messo in evidenza i loro piani di investimento nelle reti di nuova generazione in Italia. È forse con questa consapevolezza che la necessità di arrivare a incentivi alla domanda (in particolare voucher per l’adozione dei servizi in fibra) sembrava avesse fatto presa, tanto da arrivare a essere prevista all’interno del pacchetto di misure per lo sviluppo della banda ultralarga in Italia. Dalle ultime indiscrezioni sembra però che si stia decidendo di non inserirli per il momento nella versione finale del pacchetto di misure che dovrebbero andare in approvazione a Palazzo Chigi, forse nel Consiglio dei ministri di venerdì o martedì prossimo.

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