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Terre rare, la chance del riciclo

Fonte: Il Sole 24 Ore

Crisi da terre rare, un gap da recuperare. Per queste materie prime, minerali strategici per l’industria elettronica, per le energie rinnovabili (turbine eoliche), i motori elettrici per auto ma anche i sistemi di guida dei missili, l’Occidente fa fronte comune per contrastare quello che di fatto è il monopolio cinese nell’estrazione e utilizzo di queste risorse. A Tokio dopodomani inizieranno i lavori della seconda conferenza trilaterale sulle terre rare, a cui parteciperanno Unione europea, Usa e Giappone, blocco occidentale che vede nelle restrizioni cinesi all’export di questi minerali una violazione alle regole del commercio internazionale fissate dalla Wto. «La Ue si muove con preoccupante ritardo per dare alle imprese occidentali l’opportunità di accedere a questi metalli – commenta Danilo Bonato, direttore generale del Consorzio Remedia impegnato nella gestione dei rifiuti tecnologici – ma gli interventi visti sono stati blandi».
La posta in palio è elevata. Non è solo per il valore di mercato di queste risorse, di poco superiore ai 4 miliardi di dollari contro gli 1,25 del 2008 secondo un’analisi di Goldman Sachs, mentre Karl Gschneidner Jr, del Dipartimento dell’energia Usa e docente della Iowa State university, parla di business di 15 miliardi di dollari l’anno. Il vero tesoro è nel loro fattore abilitante nella produzione di beni: in questo caso si può parlare di oltre 4 trilioni di dollari.
«La vera emergenza è l’esplosione della domanda e la minore offerta di terre rare – aggiunge Bonato –. L’Europa dipende in modo eccessivo dalle importazioni di metalli e minerali dall’estero e dalla Cina in particolare». Un errore strategico. «Siamo stati noi occidentali con le blasonate boutique di consulenza – continua – a suggerire al governo cinese di salire lungo la catena del valore e di integrarsi a valle inglobando le attività a maggiore valore aggiunto. Oggi li utilizzano direttamente per fabbricare beni durevoli e di largo consumo».
Per il blocco occidentale l’unica via d’uscita da questa “dipendenza” è investire nella ricerca di nuove miniere, trovare alternative all’uso delle terre rare e puntare al loro recupero con il riciclo. Il Giappone si è unito nell’azione legale internazionale contro la Cina promossa dagli Stati Uniti, a cui si è poi aggiunta la Ue. Il Paese del Sol Levante è il primo cliente di terre rare esportate dal Dragone con una quota del 56% nel 2011. Per rimediare a questa dipendenza, il Giappone ha messo in campo un piano d’investimenti da 1,25 miliardi di dollari per la ricerca di alternative alle terre rare, l’individuazione di miniere off-shore e il riciclo dai rifiuti elettronici.
Una buona notizia è che le terre rare sono presenti in tutto il pianeta. Servono però parecchi anni e molto know how per mettere in produzione un campo minerario. Questa è la strada percorsa dagli Stati Uniti e dal Canada, dove verranno aperte una decina di miniere. Il problema diventano i tempi: quella in Alaska, tra i più grandi depositi del Nord America, entrerà in piena attività non prima del 2014.
«Solo oggi l’Europa si accorge di avere sottovalutato il problema, commettendo un errore strategico» incalza il direttore generale di Remedia. In questo scenario è stata varata nel 2011 la «Raw material initiative» che si fonda su tre pilastri: il ripristino di condizioni eque di accesso alle risorse strategiche attraverso il commercio internazionale; ci sono poi il rilancio di attività estrattive nel continente e il riciclo dei prodotti obsoleti.
Quest’ultima è la strada percorsa dal progetto europeo Hydroweee, che punta a ottenere ittrio e indio da lampade al neon esauste e vecchi tv. «Dopo un anno di test c’è la conferma della fattibilità del progetto e abbiamo deciso di realizzare un impianto fisso a Rho – spiega Bibiana Ferrari, ad di Relight, Pmi che ricicla i Raee – e lavoriamo con l’università dell’Aquila per migliorare la purezza del prodotto ottenuto».
Una conferma che il rispetto dell’ambiente si rivela un buon affare. Scorrendo il Rapporto 2011 del Centro di coordinamento Raee (Cdc Raee), che verrà presentato domani a Milano, si vede come gli italiani stiano prendendo sul serio questa via. Lo scorso anno sono stati raccolti 4,3 chili pro capite di Raee (+5,5% rispetto al 2010), complessivamente 260mila tonnellate di rifiuti elettronici smaltiti a norma. Al Nord le regioni più virtuose sono Valle d’Aosta, Trentino e Friuli, con una raccolta vicina alle medie di altri Paesi europei. Per le amministrazioni locali questo impegno è valso un risparmio di 40 milioni – a stimarlo è il Cdc Raee –, perché si è evitato l’avvio in discarica di questi rifiuti. Questo settore della green economy che tratta i Raee occupa circa 5mila persone e per le aziende è un business pari a 120 milioni. Dal punto di vista del recupero di materie prime seconde, il valore di quelle raccolte è di 50 milioni.

I numeri

11.301
Il deficit
Quest’anno sui mercati mondiali, secondo le previsioni di Goldman Sachs, si registrerà un deficit di oltre 11mila tonnellate di ossidi di terre rare, a fronte di una domanda che toccherà le 153mila tonnellate (+8,3% sull’anno precedente)

95%
Produzione cinese
Attualmente la quasi totalità della produzione mondiale viene estratta da miniere cinesi. Per il 2012 si prevede in circa 115mila tonnellate di ossidi su un totale di circa 142mila tonnellate estratte nel mondo

2.500 dollari
Il prezzo del Terbio
La quotazione di un chilo di ossido di Terbio si aggira intorno ai 2.500 dollari contro i circa 4.500 dollari dell’estate 2011. Al calo dei listini ha contribuito il raffreddamento della domanda europea

+5,1%
La raccolta di Raee
Nel 2011 la raccolta di vecchi apparecchi elettronici ed elettrici è cresciuta in Italia fino a raggiungere i 4,3 chili pro-capite: entro il 2016 si dovranno raggiungere i 10 chili. Dal riciclo dei componenti di questi rifiuti elettronici si recuperano, oltre a rame, stagno e plastica, anche terre rare

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