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Tasse retroattive: in tre anni conto da 10 miliardi di euro

Fonte: Il Sole 24 Ore

Valgono più di 10 miliardi le imposte retroattive e i maxi-acconti chiesti agli italiani negli ultimi tre anni, dal decreto salva-Italia del 2011 al Ddl di stabilità per l’anno prossimo. Tasse decise oggi, ma pagate “da ieri”. E sì che lo Statuto del contribuente vieta (o, meglio, vieterebbe) l’introduzione di imposte con effetto retroattivo. Ma lo Statuto è, per l’appunto, una legge ordinaria, e come tale può essere superato senza conseguenze da altre leggi o decreti legge: cosa che negli ultimi quattordici anni è successa 86 volte, solo contando le deroghe esplicite, cioè quelle che mettono nero su bianco l’eccezione.

Ad esempio, nel Ddl di stabilità che il Parlamento dovrà approvare entro fine anno c’è l’aumento dall’11,5% al 20% della tassazione sui rendimenti dei fondi pensione, con effetti fiscali in parte già dal 1° gennaio 2014, e un vantaggio per l’Erario di 450 milioni di euro annui. Nello stesso Ddl, però, ci sono anche l’incremento del prelievo sui dividendi incassati da fondazioni e trust, e – soprattutto – il ritocco dell’aliquota base Irap. Un intervento, quest’ultimo, che di fatto cancella lo sconto deciso con il decreto sugli 80 euro, ma che va letto insieme all’abolizione del prelievo sulla componente lavoro a partire dall’anno d’imposta 2015.

Gli «anticipi»

Se si allarga un po’ la prospettiva, si vede che nei primi anni dopo l’emanazione dello Statuto, erano più frequenti le deroghe “procedurali” o comunque legate ai termini di accertamento e riscossione, o ai criteri di calcolo dell’imponibile. Negli ultimi anni, invece, l’urgenza di far quadrare i conti pubblici ha aumentato le imposte retroattive vere e proprie. Non a caso, il record spetta al salva-Italia del premier Mario Monti, che prevedeva tra l’altro 2,2 miliardi in più di addizionale regionale Irpef per l’anno d’imposta 2011.

Ma c’è un altro trend recente: non solo nuove imposte decise per il passato, ma anche acconti maggiorati, per così dire a titolo di “anticipo”. Nel 2013, mettendo insieme i maxi-versamenti per le banche e le imprese, lo Stato ha incassato quasi 3,7 miliardi di competenza degli anni d’imposta successivi. Creando un flusso di minori introiti che è già visibile dalle ultime statistiche sulle entrate tributarie e con cui bisognerà fare i conti.

Ed è appena il caso di notare quanto i maggiori incassi del 2013 si avvicinino ai 4 miliardi mancanti per l’abolizione dell’Imu sull’abitazione principale.

Quest’anno la tendenza si è attenuata, ma non è sparita, come dimostra la decisione di riscuotere nel 2014 tutti i 600 milioni di euro dell’imposta sostitutiva sulla rivalutazione dei beni d’impresa. Tributo che invece la legge di stabilità votata un anno fa dal Parlamento spalmava su tre esercizi.

I (pochi) sconti

Tra le norme retroattive non mancano quelle favorevoli ai contribuenti, anche se sono in minoranza: 16 su 86.

Di queste, però, 13 sono state approvate o proposte quest’anno. Merito di alcune agevolazioni, come l’abbassamento al 10% dell’aliquota della cedolare secca sui contratti a canone concordato, la deducibilità parziale dell’Imu sui fabbricati strumentali o il bonus per la ristrutturazione degli alberghi (peraltro ancora in attesa dei provvedimenti attuativi). Nella lista, invece, non è compreso il bonus Irpef da 80 euro, che è scattato sì nel 2014, ma dopo il varo del decreto legge.

Altre norme pro-contribuente sono quelle taglia-adempimenti contenute nel decret0 semplificazioni: dall’innalzamento a 10mila euro della soglia per le comunicazioni black-list fino al prolungamento da tre a cinque anni del periodo da monitorare per stabilire se una società in perdita è “di comodo”. Il decreto, però, non è ancora in vigore. E il rischio è che cancellare o modificare un adempimento a novembre, ma con efficacia dal 1° gennaio, possa creare più problemi di quanti ne risolva.

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