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Sulle chiusure domenicali decida anche il Comune: più deroghe per città d’arte e turistiche

Fonte: Sole 24 Ore

di MARZIO BARTOLONI (dal Sole 24 Ore) – In collaborazione con Mimesi s.r.l.

I Comuni non sono contrari alla stretta sulle aperture domenicali dei negozi previsa dal Ddl della maggioranza all’esame della Camera che prevede 26 chiusure su 52 domeniche. Ma a patto che – avverte l’ANCI, l’Associazione che rappresenta i Comuni italiani – si «rispetti la potestà regolamentare dei livelli istituzionali più prossimi all’impresa, ossia il Comune, nell’ambito di limiti certi ragionevoli e parametri di riferimento chiari, definiti dalla legge nazionale». In pratica l’ANCI chiede la possibilità di avere margini di intervento, in particolare su città d’arte e turistiche su cui servono più deroghe Il Ddl con le «disposizioni in materia di disciplina degli orari di apertura degli esercizi commerciali al dettaglio» – un testo di due articoli su cui ha lavorato la maggioranza giallo-verde negli ultimi mesi e su cui sono ripartite da poco le audizioni – prevede 26 aperture domenicali su 52 e la chiusura degli esercizi commerciali nelle 12 festività nazionali, con una deroga per 4 giorni di apertura da stabilire su scelta delle Regioni.

Altra eccezione è quella che riguarda i centri storici e i negozi di vicinato che potranno rimanere aperti tutte le domeniche dell’anno, eccetto le festività. Per le zone turistiche poi le 26 domeniche potranno essere concentrate in alta stagione. Nella memoria depositata dall’ANCI, illustrata dal sindaco di Mola di Bari Giuseppe Colonna, in audizione in commissione Attività produttive della Camera, si spiega che «lasciare un margine di intervento all’Ente locale» può consentire di «tarare al meglio le scelte in base ai diversi contesti territoriali». È il caso dei Comuni ad economia prevalentemente turistica e le città d’arte per i quali l’Anci «invita a riprendere in considerazione la loro peculiarità anche in termini di opzioni relative alle deroghe, dando maggiore margine di manovra all’ente locale». Nella sua audizione i Comuni adducono un’altra motivazione a sostegno della necessità di riportare a livello locale alcune leve regolatorie.

E cioè il fatto che la «liberalizzazione degli orari abbia comportato una serie di modificazioni nelle abitudini quotidiane, nell’organizzazione del lavoro, dei trasporti, ecc. che hanno inciso profondamente sul funzionamento e la vivibilità delle città, a prescindere dalla loro dimensione». Un fatto questo che oltre a comportare una profonda riorganizzazione dei servizi pubblici correlati (trasporti, pulizia strade, gestione rifiuti, servizi di polizia locale) ha generato «fenomeni – legati in particolare agli esercizi di vendita del settore alimentare o misto nelle zone del territorio comunale interessate da fenomeni di aggregazione – che pregiudicano il diritto dei residenti alla sicurezza o al riposo e di conseguenza rendono necessario prevedere la possibilità, per i Sindaci, di limitare l’apertura serale/notturna di questi esercizi». Anche per questo l’Anci auspica l’approvazione di una legge che «identifichi una cornice di riferimento e dei limiti flessibili entro i quali gli Enti locali possano prevedere delle regolamentazioni di dettaglio in grado di adattarsi alle esigenze dei singoli territori»

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