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Sulla seconda abitazione l’acconto del 16 giugno si deve pagare comunque

Fonte: La Stampa

Il pasticciaccio della Tasi rischia di trasformarsi in una beffa soprattutto per inquilini e proprietari di seconde case, che con l’acconto del 16 giugno potrebbero pagare più del dovuto in assenza di un parola chiara sulle aliquote. Mentre chi di abitazione ne possiede una sola è esentato dall’acconto ma rischia poi di veder sfumare parte della tredicesima a dicembre, quando i sindaci presenteranno tutt’insieme il conto. Chi poi l’acconto lo dovrà pagare sarà comunque costretto a un “fai da te” degno del cubo di Rubik, giacché del bollettino pre compilato che avrebbe dovuto aiutare a sciogliere il rebus si sono perse le tracce. Anche perché c’è poco da pre compilare quando a soli tre giorni dalla scadenza prevista dal “SalvaRoma ter” per la pubblicazione delle delibere sul sito del ministero dell’Economia, su oltre ottomila comuni solo 832 hanno fatto i compiti e di questi ancor meno, 514, si sono degnati di rendere pubbliche le loro decisioni su aliquote e detrazioni. Tra le grandi città che hanno già fissato le aliquote ci sono Torino, Milano e Roma. Ma anche Aosta, Bergamo, Biella, Brescia, Ferrara e Savona hanno «fatto i compiti». Il controllo lo ha fatto ieri la Uil Servizio politiche territoriali, che conferma la giungla di regole che avevamo già fotografato a inizio mese e il fatto che nel 37,5% delle città dove si è deliberato la Tasi sarà più cara dell’Imu. Risultati frutto di un ginepraio di aliquote e detrazioni diverse, che porterà a ben 75mila modi differenti di pagare un’imposta che resta un enigma, in attesa che il governo dica l’ultima parola su un eventuale proroga del pagamento. Per i proprietari di prima casa la legge parla chiaro: in assenza di delibera comunale che specifichi cosa e quanto pagare si salda tutto il 16 dicembre. Anche perché il Salva Roma ha consentito ai comuni di alzare l’aliquota dello 0,8 per mille indirizzando i ricavi alle detrazioni a favore delle categorie più disagiate. Questo vuol dire che chi ha casa con rendita catastale bassa o redditi modesti, oppure una famiglia numerosa, alla fine potrebbe non pagare nulla. I problemi cominciano per le abitazioni diverse da quella principale. La normativa in vigore prevede che in assenza di decisioni dei sindaci i proprietari paghino a giugno la metà dell’aliquota base, che sulle seconde case per la nuova imposta sui servizi indivisibili è l’uno per mille. Facile si dirà. Nemmeno per sogno. Prima di tutto le legge dice che i comuni possono decidere di non far pagare la Tasi, spingendo invece al massimo l’aliquota dell’Imu che, è bene ricordarlo, sugli immobili diversi da quello principale resta. In questo caso si pagherebbe dunque un acconto su una tassa che non c’è, sperando poi nei tempi biblici di rimborso o, meglio, in un conguaglio in sede di pagamento dell’Imu. Poi bisogna fare i conti con un’altra regola, quella in base alla quale la somma di Imu e Tasi non deve mai superare il 10,6 per mille. Aliquota che collima con quella massima dell’Imu, che al 50% va pagata in acconto a giugno. Ergo se i comuni che non hanno deliberato decidessero poi di spingere l’aliquota Imu vicino al massimo si pagherebbe un acconto Tasi non dovuto. Infine il nodo inquilini. Sulle seconde case i sindaci possono decidere di accollare a chi è in affitto tra il 10 e il 30% della Tasi, oppure nulla se si punta tutto sull’Imu. L’affittuario in assenza di delibera al momento non dovrebbe nulla, ma poi se una quota della tassa toccherà anche a lui come si dovrà regolare il proprietario che ha anticipato anche la sua fetta? Dovrà battere cassa al suo inquilino o al Comune? Quesiti che sarebbe meglio sciogliere con una proroga che consenta ai sindaci che non lo hanno fatto di decidere e ai contribuenti di fare in pace due conti. Senza vedersi costretti a supplicare un rimborso non si sa come e a chi.

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