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Sul nuovo Senato intesa a un passo

Fonte: Il Sole 24 Ore

Dopo la direzione del Pd di ieri, con l’apertura di Matteo Renzi all’emendabilità dell’articolo 2 limitatamente al comma 5 per inserire in Costituzione il principio della «scelta» da parte degli elettori dei futuri senatori, l’accordo nel Pd e nella maggioranza sul Ddl Boschi è davvero a un passo. Entro stamattina saranno presentati tre emendamenti dalla presidente della prima commissione Anna Finocchiaro come “garante” dell’intesa. Al termine di una girandola di riunioni coordinate dal capogruppo dei senatori dem Luigi Zanda e dalla stessa Finocchiaro, presenti la ministra per le Riforme Maria Elena Boschi e il suo sottosegretario Luciano Pizzetti e a fasi alterne anche il capogruppo centrista Renato Schifani e il rappresentante delle Autonomie Karl Zeller, arriva infine anche il via libera dei “duri e puri” della minoranza dem in Senato.
«Ci sono le condizioni per un’intesa sulle riforme sulla base dell’apertura fatta in direzione del Pd da Renzi», fanno sapere i 28 riuniti in mini-assemblea. Un via libera tecnico, si può dire, che arriva dopo quello politico da parte dell’ex segretario Pier Luigi Bersani e a cascata da parte di Roberto Speranza, figura di riferimento per la sinistra democratica. «Si dice che gli elettori decidono e i consigli regionali ratificano – dichiara già in mattinata Bersani -. È un correttivo, una riduzione del danno di quel combinato disposto tra legge elettorale e legge costituzionale che abbiamo sempre posto come problema».
A convincere alla fine anche i più riottosi senatori “dissidenti” (tranne un gruppetto di 4 o 5 che probabilmente non voterà comunque a favore della riforma, tra i quali Mineo, Tocci, Ricchiuti e Mucchetti) è la decisione di cambiare la parola «designati» con la parola «scelti». Dunque i futuri senatori saranno?«scelti» dagli elettori nell’ambito dell’elezione dei Consigli regionali: sarà poi la legge ordinaria a disciplinare nei dettagli le modalità (listino o preferenza diretta). Le altre due modifiche condivise riguardano il ritorno della funzione di raccordo tra la Ue e lo Stato e l’elezione autonoma invece che in seduta comune da parte del nuovo Senato di 2 dei 5 giudici costituzionali. Mentre sul Titolo V l’orientamento è quello di intervenire più avanti nell’iter, con riformulazioni, ove ci fosse accordo politico anche con la Lega di Roberto Calderoli. Perché il recordman degli emendamenti (dice che ne sta preparando 7- 8 milioni) non ha ancora deciso se presentarli tutti o se presentarne solo 7 o 8. 
Come che sia, in attesa della decisione del presidente del Senato Pietro Grasso sull’emendabilità dell’articolo 2 (se cioè aprire tutto l’articolo agli emendamenti, come chiede l’opposizione, oppure convergere sulla decisione già presa dalla Finocchiaro di dichiarare emendabile solo il comma 5 di quell’articolo), la minoranza del Pd non molla del tutto il punto e annuncia che i suoi 17 emendamenti sull’elezione diretta del Senato saranno comunque presentati. «E se poi Grasso apre all’emendabilità di tutto l’articolo 2 che facciamo? Discutiamo e votiamo solo gli emendamenti del M5S?», spiega uno dei “dissidenti”. Insomma tutto è appeso al filo di queste ultime ore e tutto, alla fine, è appeso alla decisione che prenderà Grasso. Il quale in ogni caso renderà nota la sua scelta, emendemento per emendamento, solo quando si passerà a votare sull’articolo 2. E se alla fine i faldoni minacciati da Calderoli dovessero essere davvero milioni, occorrerà almeno qualche giorno per conoscere il responso.
Intanto ieri è proseguita in Aula la discussione generale sulla riforma del Senato e del Titolo V, e proprio Grasso si è trovato al centro di un’accesa polemica da parte delle opposizioni per la sua decisione di limitare i tempi degli interventi a dieci minuti. «Bel contingentamento», ha replicato il grillino Alberto Airola mentre Calderoli ha rinunciato al suo intervento commentando: «È un contingentamento prematuro e riduttivo rispetto alle discussione. È giusto che il dibattito si svolga anche in questa sede e non, come è accaduto, tutto nelle direzioni del Pd». Pronta la replica dell’interessato: «Tutto avrei potuto immaginare tranne che una decisione che è frutto di prerogative presidenziali potesse essere interpreatata come un cedimento a eventuali pressioni.Siccome il senatore Mauro ha insinuato questo, le rispondo sul punto. Non le permetto di pensare né di sospettare una cosa del genere».

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