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Sui contratti l’incognita-comparti

Fonte: Il Sole 24 Ore

La sentenza della Corte costituzionale che ha salvato il congelamento dei contratti pubblici solo per il passato impone di riaprire la stagione delle trattative, come chiedono in modo sempre più pressante anche i sindacati. Far ripartire una macchina ferma da cinque anni, però, non è impresa semplice, anche perché il blocco contrattuale è arrivato praticamente in contemporanea con l’attuazione della riforma Brunetta del 2009 che da allora è rimasta di fatto in sospeso e ora riappare in un contesto radicalmente mutato.

Il primo problema è quello dei comparti nei quali è divisa la pubblica amministrazione, che per la legge sono quattro ma per i sindacati sono dodici. Detta in maniera meno brutale, la riforma Brunetta ha previsto di dividere il mondo del pubblico impiego in quattro grandi settori: autonomie locali e camere di commercio, regioni e sanità, scuola e, infine, “resto del mondo”. Questa geografia, pensata per snellire l’impianto delle trattative fra amministrazioni e parti sociali, non è però mai riuscita ad arrivare al traguardo operativo, perché i matrimoni fra i dodici vecchi comparti non si sono mai celebrati. Sembra un dettaglio tecnico, ma così non è. Cambiare i confini dei comparti impone prima di tutto di calcolare quali sindacati sono “rappresentativi”, e quindi legittimati a sedersi al tavolo delle trattative (e a spartirsi distacchi e permessi), e quali non lo sono. Tutto dipende dalla media fra la quota di iscritti e quella dei voti ottenuti nelle elezioni dei rappresentanti, che deve raggiungere almeno il 5% all’interno del comparto: se le dimensioni del comparto crescono, ovviamente, diventa più difficile superare l’asticella, e tante delle sigle sindacali “minori” (ma anche qualcuna delle “maggiori”, in qualche caso) rischiano di essere tagliate fuori. L’esempio più evidente è quello della presidenza del Consiglio, che con le vecchie regole rappresenta un comparto a sé con meno di 2.300 persone e dovrebbe unirsi a ministeri, agenzie fiscali, enti non economici e così via in un nuovo maxi-comparto con centinaia di migliaia di dipendenti. 

Ma non sono solo le fusioni a modificare tutti i parametri. Le Regioni, poco meno di 80mila dipendenti, dovrebbero per esempio abbandonare gli enti locali per confluire con la sanità (oltre 600mila persone): è un passaggio quasi scontato se si pensa all’architettura istituzionale e alla divisione delle competenze fra i diversi livelli di governo, che però si trasforma in un rompicapo se la si guarda dal punto di vista sindacale.

Non è però solo una questione di sigle e rappresentanze. Fra i comparti si sono sviluppate negli anni differenze anche importanti nella struttura degli stipendi, e ancora una volta la presidenza del consiglio può venire in aiuto per capire l’entità del problema: secondo la relazione della Corte dei conti al Parlamento sul pubblico impiego, lo stipendio medio di un impiegato di Palazzo Chigi vale poco meno di 43mila euro lordi all’anno, mentre nelle agenzie fiscali ci si ferma poco sotto quota 35mila euro a e nei ministeri non si va oltre i 27.500 euro. Riavvicinare queste medie non è affare semplice, soprattutto in tempi di magra per la finanza pubblica che sicuramente non può mettere molte risorse sul tavolo del rinnovo contrattuale.

Il problema economico riguarda anche due altre regole della riforma Brunetta, accolte da un grande dibattito al momento della loro approvazione e poi subito accantonate con il congelamento dei contratti. Si tratta delle regole “meritocratiche” che chiedono di dividere il personale in tre fasce, assegnando il 50% del trattamento accessorio destinato alla perfomance individuale al 25% dei dipendenti (la prima fascia) e l’altro 50% al 50% del personale, collocato in seconda fascia, lasciando all’asciutto l’ultimo 25% dell’organico, caratterizzato dalle performance meno brillanti. Per garantire l’efficacia di questo sistema, la riforma del 2009 imporrebbe di dedicare alla performance individuale la «quota prevalente» del trattamento accessorio. A tutto questo dovrebbe pensare la contrattazione integrativa, ma se il rinnovo delle intese nazionali non riuscirà a mettere sul piatto nulla più che l’adeguamento all’inflazione dell’ultimo anno (al momento l’indice Ipca è dello 0,4%) sarà difficile far partire una redistribuzione di questo genere, che richiede anche l’adozione condivisa di modelli di valutazione ancora tutti da costruire.

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