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Stipendi d’oro, taglio subito anche nei Comuni

Fonte: Repubblica

ROMA – Hanno mediato fino all’ultimo. Il parere della Camera al decreto che sancisce un tetto agli stipendi per i manager pubblici è stato riscritto, limato, votato e rivotato. Alla fine, le commissioni competenti danno il via libera all’applicazione immediata del taglio. Prevedono un emendamento al decreto semplificazioni che lo estenda da subito – e per certo alle authority e agli enti locali.
Chiedono al governo che riveda la soglia massima, decisa in base allo stipendio del primo presidente della Cassazione: secondo il ministro Patroni Griffi è 294mila euro, per i deputati oscilla invece fino ai 310mila (l’invito è che si faccia 300, e non se ne parli più). Sui cumuli, invitano l’esecutivo a fare chiarezza, perché i dati che ha portato sono incompleti. Molti dei dirigenti interessati dal taglio hanno più di uno stipendio a carico della pubblica amministrazione (dal presidente dell’Inps Mastrapasqua, con il suo milione e duecentomila euro annuale, fino al capogabinetto dell’Economia Vincenzo Fortunato, che ne dichiarava oltre 800mila nel 2008).
Il tetto va applicato sul totale: anche con più incarichi, nessuno potrà superare i 300mila. C’è però la questione delle deroghe: il presidente del Consiglio non ne aveva prevista alcuna, sostenendo di non aver avuto le indicazioni del Parlamento. Ora le ha: potrà scegliere di togliere il limite a ruoli di «altissimo rilievo istituzionalee di straordinario impegno amministrativo, commisurato alla quantitàe qualità delle risorse sottoposte». Tradotto, sarà Monti – con motivazione scritta alle Camere a decidere se salvare i 621mila euro del comandante della Polizia Antonio Manganelli o – appunto i cumuli del presidente dell’Inps Mastrapasqua (che ancora una volta, sentito da Repubblica, sceglie di non commentare). Il parere esclude dalle deroghe«gli uffici di diretta collaborazione ministeriale», quei dirigenti che – dicono in coro Renato Brunetta, pdl, e Gianclaudio Bressa, pd – «erano riusciti a far sedimentare cose eccentriche, stipendi da 400, 500, 600mila euro, e anche di più».
«È stata fatta una delle azioni più belle di questa fase politica commenta l’ex ministro- un’opera di moralizzazione, in perfetta sintonia tra Pd e Pdl». Nonostante gli attacchi. «Abbiamo dovuto chiarire che il tetto non comporta un automatico ridimensionamento degli stipendi inferiori spiega Bressa – per bloccare quei dirigenti che avevano minacciato di abbassare la paga ai sottoposti». Rumors di Transatlantico raccontano che, a via XX settembre, c’era chi preparava emendamenti in proposito.
Si tira fuori Linda Lanzillotta: «Il parere è un capolavoro di subdola ipocrisia – dice la deputata dell’Api, astenuta – perché sono rimaste le righe che prefigurano la possibilità di ricorsi nel nome della “reformatio in peius”». La Camera prende atto di quanto detto dal governo, e cioè che si possono tagliare gli stipendi esistenti «in presenza di inderogabili esigenze di contenimento della spesa», ma mettendo nero su bianco l’eventualità dei ricorsi – secondo Lanzillotta – arma lo stuolo di avvocati che si prepara a presentarli.
Nonostante questo, il ministro è soddisfatto. «Andremo avanti fino in fondo», dice Patroni Griffi.
Incassati i pareri favorevoli di Camera e Senato (Palazzo Madama lo ha dato ieri mattina) il decreto va ora alla firma del premier. E al massimo ad aprile sarà operativo.
C’è però un intralcio dell’ultimo minuto: l’emendamento al decreto semplificazioni che metterebbe in sicurezza l’estensione del tetto alle autorità indipendenti e inviterebbe ad applicarlo gli enti locali potrebbe non essere ammissibile. Un paradossale effetto dell’invito di Napolitano a non varare leggi troppo eterogenee. Nessun problema invece per l’emendamento sui compensi dei dirigenti Rai presentato dal Pd. Quello è già passato. Sarà un’altra partita da giocare.

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