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Stato e Regioni, poteri separati

Fonte: Il Sole 24 Ore

Far tramontare la rassegna puntuale delle competenze, con lo sterminato elenco di 21 attività in coabitazione fra Stato e Regioni, e aumentare il peso degli enti territoriali nella legislazione nazionale che li riguarda, abbattendo per questa via il conflitto costituzionale fra il Governo e i parlamentini regionali.

Sono questi gli obiettivi cardine del progetto di riforma del Titolo V della Costituzione, il federalismo all’italiana avviato nel 2001 e circondato da critiche crescenti nel corso del tempo. Contro il Titolo V sono schierati da tempo imprese e operatori economici, la critica all’assetto attuale è stata al centro del programma presentato da Matteo Renzi alle primarie del Pd, e dopo l’incontro di sabato scorso il cantiere si è aperto anche al leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi.

Il problema del Titolo V attuale, del resto, è nei numeri: in dieci anni la spesa corrente delle Regioni è passata da 95 a 144 miliardi, le entrate fiscali da 47 a 76 (e puntano ancora più in alto con i nuovi limiti alle addizionali Irpef, in crescita dal 2014), e queste dinamiche non hanno sostituito ma semplicemente accompagnato la crescita del Fisco nazionale.

In questa evoluzione, il Titolo V è stato fondamentale, perché a dispetto degli elenchi minuziosi di competenze non ha separato con chiarezza le funzioni dello Stato da quelle delle Regioni, e ha alimentato un conflitto permanente fra livelli di Governo: con il corollario dei costi aggiuntivi che non appaiono direttamente nei bilanci pubblici e nelle rassegne dell’Istat, ma che sono determinati dai poteri di veto e dalle mancate realizzazioni a partire dal campo infrastrutturale.

Per superare lo scoglio occorre «rovesciare la prospettiva, cancellare le sovrapposizioni di competenze fra Stato e Regioni e stabilire con chiarezza le responsabilità», spiega Franco Pizzetti, consigliere giuridico del ministro degli Affari Regionali Graziano Delrio che naturalmente è in prima linea nel progetto di revisione degli ordinamenti.

Come si raggiungono questi obiettivi? I progetti sono in via di definizione, e devono poi arrivare sui tavoli della politica per tradursi in riforme effettive, ma la partita del Titolo V va letta insieme a quella della «Camera delle Autonomie», altro capitolo forte del progetto renziano per tagliare «un miliardo ai costi della politica». Se le Regioni e gli enti locali, con i loro rappresentanti, parteciperanno direttamente alla scrittura delle leggi nazionali, ovviamente saranno chiamate ad applicarle sui loro territori e non potranno impugnare in Corte costituzionale norme approvate dai loro rappresentanti nella Camera delle autonomie.

In quest’ottica, è il progetto, l’aumento dei compiti esercitati su base nazionale dovrebbe alleggerire quelli portati avanti direttamente sul territorio, nei parlamentini regionali. Scuola, sanità, ambiente, gestione del territorio e così via troverebbero le loro regole quadro nella Camera delle autonomie, che non darebbe la fiducia al Governo ma eserciterebbe il potere legislativo nelle materie di competenza, e alle Giunte e ai Consigli regionali sarebbe lasciato il compito di definire le variabili territoriali delle politiche nazionali, quando la materia lo consente. In un quadro del genere, tramonterebbero le competenze “autonome” di ogni singola Regione su temi come la ricerca scientifica, il commercio con l’estero, le grandi reti di trasporto e navigazione o la produzione di energia, così come le politiche per il turismo (queste ultime tre evidenziate nel documento presentato ieri dal segretario Matteo Renzi alla direzione Pd): tutti temi che non si possono governare efficacemente su base solo regionale, e che oggi invece spesso si incagliano nei conflitti determinati dalla «competenza concorrente».

Alle competenze autonome alleggerite si potrebbe associare una dieta ulteriore a indennità e compensi ai politici regionali, che secondo il progetto dei renziani dovrebbero essere parametrate a quelle dei sindaci dei Comuni capoluogo.

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