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Fondi speciali, spesa ordinaria
Inchiesta: l'Italia che non cresce - I finanziamenti per il Sud

Questione di idee, spesso deboli, e di regole, ancora bizantine. Questione di centri decisionali, troppe volte in conflitto tra loro, e d’interessi particolari che hanno allontanato l’obiettivo generale. Così la quasi ventennale storia dei fondi europei, pur con delle eccezioni virtuose, resta segnata da un insuperato vizio di origine: quantità della spesa bassa e qualità degli interventi carente. In altre parole, l’arma strategica per ridurre il divario economico tra il Nord e il Sud del Paese ha deluso le aspettative, come certificato anche dalla Corte dei conti: «La crescita del Pil pro capite nelle aree Obiettivo 1 del Mezzogiorno è stata non solo lievemente minore di quella italiana, ma soprattutto molto inferiore a quella delle restanti regioni Obiettivo 1 dell’Europa». Anno dopo anno i fondi speciali messi a disposizione dalla Ue hanno smarrito la loro funzione aggiuntiva, finendo per sostituire porzioni di spesa ordinaria che lo Stato non è riuscito a garantire. In questo modo si sono progressivamente perse di vista le finalità originarie della programmazione a sostegno delle aree deboli. Solo adesso si avvicinano scadenze decisive per un possibile cambio di rotta. Uno degli ultimi decreti attuativi del federalismo fiscale anticipa le linee generali della nuova politica di coesione europea, mentre il Governo, scontentando non poco le Regioni, ha avviato una riprogrammazione generale delle risorse fin qui incagliate. Il tempo stringe e aumenta il pressing della Commissione europea, che può far valere la tagliola del disimpegno automatico. L’ultimo resoconto, messo nero su bianco in un recente incontro tra il ministro Fitto e i governatori, parla di quasi 6 miliardi di spese (8 includendo anche il Centro-Nord) da certificare entro il prossimo 31 dicembre. Una cifra monstre, pari a quasi un settimo del programma comunitario 2007-2013. Come fare? Il Governo ha scelto l’arma di un progressivo accentramento della governance, fissando scadenze rigorose in corso d’anno per rispettare il target ed evitare che risorse preziose tornino a Bruxelles. In poche parole bisogna fare in fretta. La Ragioneria dello Stato, nell’ultimo bilancio sullo stato di attuazione aggiornato al 31 dicembre 2010, ha segnalato dei progressi, ma il ritardo da recuperare resta notevole. Al Sud, i pagamenti relativi ai 43,6 miliardi della programmazione 2007-2013 (tra fondi comunitari e cofinanziamento nazionale) si fermano al 9,6%; gli impegni al 18,8. I dati variano molto in base al programma, ma sulla spesa spiccano in negativo il 2,4% della Campania e il 3,7% della Sicilia sul fondo Fse; il 6,6 e il 7,7% delle stesse regioni sul fondo Fesr. Vanno appena meglio due dei programmi che coinvolgono direttamente anche i ministeri – su cultura-turismo ed energie rinnovabili (8,7 e 8,8%) – a testimonianza che le responsabilità possono riguardare diversi livelli di governo oltre che gli stessi enti o società statali beneficiarie. Sono infatti molto spesso comuni le difficoltà. La Ragioneria dello Stato va sul tecnico: ritardi su sistemi di contabilità, dichiarazioni di spesa, sorveglianza e check list, oltre all’annoso problema degli organici insufficienti. La Corte dei conti sottolinea invece come di per sé uno strumento dai tempi di pagamento contingentati metta in difficoltà un Paese che sulle opere pubbliche infrastrutturali ha performance da brividi: «Per interventi superiori ai 10 milioni la sola attività di progettazione può essere superiore a cinque anni e la realizzazione può concludersi dopo non meno di dieci». Dal canto suo la Banca d’Italia, con il capo servizio studi Daniele Franco, enfatizza altri due aspetti: «Forte frammentarietà degli interventi» e squilibrio eccessivo verso incentivi alle imprese, la cui efficacia si è «rilevata in genere modesta». Un giudizio che, tralasciati i numeri, già ci proietta alla qualità della spesa. Senza usare il commento tranchant del ministro Tremonti, che ha addirittura parlato di «cialtroneria», o rifarsi agli esempi internazionali citati recentemente dal Financial Times, nel repertorio dei fondi europei si possono recuperare esempi significativi. Da un lato ci sono la metropolitana di Napoli, l’Alta velocità Roma-Napoli, interventi sulla rete energetica; dall’altro ci sono azioni di tutt’altra incisività come le «aree attrezzate per la sosta breve di caravan e roulotte» o di dubbia concretezza come le «attività finalizzate a fornire al management informazioni sull’ambiente esterno all’impresa». Le cronache hanno raccontato poi dei 710mila euro impiegati dalla Campania per un concerto di Elton John e contestati dalla Ue e di una lunga polemica su una sponsorizzazione della nazionale di calcio da parte della Calabria. Lungo l’elenco di consulenze e corsi di formazione dagli esiti modesti, senza contare che ogni anno su circa l’11% dei fondi (dati Olaf) si rilevano frodi o errori. Eppure, inefficienze a parte, non si renderebbe giustizia alle politiche per il Mezzogiorno senza citare il tradimento del principio dell'”addizionalità”. Alla fine degli anni 90 il Governo fissò dei traguardi molto precisi: al Sud sarebbe dovuta andare il 45% della spesa in conto capitale (tra risorse ordinarie, Ue e Fas). Negli anni successivi il target è stato però puntualmente disatteso e nell’attuale legislatura si è rinunciato a obiettivi quantitativi. Così facendo, i fondi speciali hanno finito spesso per sostituire spese ordinarie decrescenti a danno dell’efficacia stessa delle politiche di coesione. «È utile rammentare – rileva su questo punto la Banca d’Italia nell’ultima audizione sul federalismo fiscale – che l’insieme delle risorse in conto capitale aggiuntive è di poco superiore al 5% dell’intera spesa pubblica nel Mezzogiorno. Se la restante parte della spesa pubblica, in larga misura corrente, produce risultati insoddisfacenti nei servizi essenziali (istruzione, giustizia, sanità, eccetera) le politiche regionali hanno poca possibilità d’incidere significativamente sullo sviluppo delle aree in ritardo».


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