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Spesa, c’è da tagliare

Fonte: Italia Oggi

I bubboni della finanza pubblica sono le spese degli enti locali, che possono essere ancora tagliate, e gli acquisti di beni e servizi. È quanto emerge da un rapporto di oltre 40 pagine su «Dinamica, struttura e governo della spesa pubblica» che ieri è stato illustrato alla Scuola superiore dell’economia e delle finanze dall’economista Piero Giarda, ex sottosegretario del Tesoro nei governi di centrosinistra e adesso presidente di una delle commissioni di studio istituite dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, per riforma il fisco e ridurre gli oneri statali. Lo stile rigoroso e accademico dello studio, ricolmo di grafici e tabelle, è solcato solo in un paragrafo da un accenno extraeconomico: «La spesa pubblica e la sua dinamica, le sue componenti e i suoi livelli, si presentano con le facce cangianti che il coro di popolo attribuisce, nell’ultimo atto, all’Anna Bolena di Donizetti ora “componendosi in un sorriso”, ora “triste e pallida com’ombra in viso”. Espressione della coscienza collettiva e ostacolo alla crescita economica». Abbandonando Anna Bolena, uno dei tecnici più ascoltati al dicastero di via Venti Settembre scrive che «il governo della spesa pubblica in Italia è reso complesso dalla particolarissima soluzione che è stata storicamente data al finanziamento della spesa assegnata alla responsabilità di bilancio degli enti decentrati, regioni, province e comuni e loro varianti». Il risultato è chiaro, secondo Giarda: «Lo squilibrio finanziario tra le spese gestite dai livelli di governo decentrati e le loro entrate proprie è molto elevato per il sistema degli enti decentrati e caratterizza tutti i singoli enti decentrati siano essi regioni, province o comuni». La spesa si è infatti progressivamente spostata verso le amministrazioni locali, riducendo il peso occupato in passato dall’amministrazione centrale. L’ex sottosegretario del Tesoro indica alcuni numeri significativi: «L’amministrazione locale gestisce circa il 50% della spesa pubblica complessiva diversa da pensioni e interessi sul debito. Il finanziamento di tale spesa è basato in parte maggioritaria su trasferimenti dallo stato e compartecipazioni, essendo basso, circa il 40%, il peso dei tributi propri». La lievitazione dei costi degli enti decentrati si evince da pochi dati: le amministrazioni locali gestiscono oggi, certifica Giarda, circa il 48% della spesa pubblica complessiva (al netto di pensioni e interessi), contro una percentuale del 52% delle amministrazioni centrali. Nel 1980 le percentuali erano rispettivamente del 39% e 61%.A preoccupare l’esperto di finanza statale è anche l’andamento dei consumi pubblici per acquisti di beni e servizi: «Si osserva che l’indice di costosità relativa aumenta progressivamente dalla sua base iniziale = 100 nel 1970, per portarsi al valore di 139 nel 2010. In 40 anni i prezzi di produzione dei consumi collettivi sono aumentati del 39% in più dei prezzi di vendita dei beni di consumo privati». Giarda si pone una domanda e si dà poi una risposta: se i prezzi dei beni di consumo collettivo fossero cresciuti negli ultimi 40 anni con la stessa velocità dei prezzi dei beni privati di consumo, quale sarebbe stata la spesa per i beni di consumo collettivo prodotti nel 2010? Ed ecco la risposta: «La spesa per consumi collettivi nel 2010 sarebbe risultata pari a 236,5 miliardi di euro, contro un importo di 328,6 miliardi, con una differenza in meno di 92,1 miliardi di euro». Nei meandri della finanza statale, Giarda ha qualche perplessità sulla corrispondenza di alcuni dati con la realtà. A suscitare i dubbi dell’economista è la spesa pubblica in conto capitale, o meglio la sua quota rispetto al pil che era pari a circa il 3,8% nel 1951 e continua a crescere gradatamente fino al 5,3% nel 1990 mentre, a partire da quell’anno, cresce sempre meno rapidamente del pil cosicché la sua quota nel 2010 si attesta su valore più basso di quello iniziale e pari a circa il 3,5%.Trend in forte calo? Giarda non è sicuro. Perché una parte degli investimenti effettuati dagli enti pubblici prende oggi la forma ad esempio di interventi sul capitale di aziende di proprietà pubblica che non vengono rilevati, per loro natura, nelle statistiche finalizzate alla costruzione dei quadri di contabilità nazionale. E perché gli enti dell’amministrazione pubblica, soprattutto locale, «hanno proceduto a importanti esternalizzazioni dei compiti di finanziamento e produzione degli investimenti pubblici verso enti e società la cui attività è definita dall’Istat come appartenente al settore privato».

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