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Smart working, una platea da 8 milioni

Fonte: Sole 24 Ore

di GIORGIO POGLIOTTI (dal Sole 24 Ore) – In collaborazione con Mimesi s.r.l.

In Italia 8,3 milioni di dipendenti sono impiegati in professioni potenzialmente occupabili con lo smart working: sono manager e quadri, professionisti, tecnici e impiegati d’ufficio. Se un quarto di questi avesse la possibilità di lavorare in modalità “agile” sarebbero oltre 2 milioni, se si arrivasse ad un terzo sarebbero 2,8 milioni.

Sono rilevazioni della fondazione studi dei Consulenti del lavoro che si occupa dello smart working, modalità di lavoro da remoto che prevede l’utilizzo di strumenti digitali «largamente diffusa in Europa, ma ancora molto poco in Italia». In base al Dpcm del 25 febbraio il lavoro agile può essere utilizzato fino al 15 marzo 2020 per ogni rapporto di lavoro subordinato, anche in assenza di accordi individuali, da i datori di lavoro con sede in Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte, Veneto e Liguria, e per i lavoratori residenti o domiciliati in queste regioni che svolgano attività lavorativa fuori da tali territori.

Secondo Eurostat l’11,6% dei dipendenti europei lavora da casa saltuariamente (8,7%) o stabilmente (2,9%), contro il 2% dei dipendenti che in Italia lavora saltuariamente o abitualmente da casa, pari a 354mila persone. Per i consulenti del lavoro la percentuale italiana «non solo è la più bassa d’Europa (poco sopra Cipro e Montenegro)», ma anche «la più distante da Paesi come Regno Unito (20,2%), Francia (16,6%) o Germania (8,6%)». Ancora maggiore è la distanza con il Nord Europa, dove «la quota di lavoratori che possono lavorare da casa anche con flessibilità oraria sale al 31% in Svezia e Olanda, 27% circa in Islanda e Lussemburgo, 25% in Danimarca e Finlandia». Da notare che una rilevazione dell’osservatorio del Politecnico di Milano ha stimato in 570mila gli smart worker italiani, un numero diverso ma comunque sempre distante dalle percentuali europee.

Secondo i Consulenti del lavoro questa limitata diffusione dello smart working è dovuta nella maggior parte di casi ad una diffidenza verso soluzioni organizzative innovative, che facciano della cultura del risultato il baricentro del modello gestionale. «Il lavoro agile rappresenta un modello organizzativo per le aziende e necessita di un approccio e di strumenti gestionali diversi da quelli ordinari o emergenziali», sottolinea il presidente della Fondazione studi consulenti del lavoro, Rosario De Luca. «Sono evidenti i benefici per il dipendente in termini di conciliazione tra vita privata e lavoro, riduzione dei tempi e dei rischi legati allo spostamento da casa al lavoro – continua -, ma l’adozione di questo modello implica da parte delle aziende uno sforzo organizzativo rilevante in termini di investimento tecnologico». È una rivoluzione culturale che richiede, dunque, la revisione dei processi organizzativi, la formazione, la valutazione dei dipendenti, con il superamento delle diffidenze del management e dei lavoratori.

Complice l’emergenza Coronavirus, anche nella Pa sta prendendo quota l’opzione smart working per assicurare i servizi essenziali: dalla Corte dei conti e dalla giustizia amministrativa è arrivata a Consip la richiesta di 600 pc portatili in convenzione per lavorare da remoto (si veda «Il Sole 24 ore» di ieri). Eni, Enel, Tim, Vodafone, Saipem, Snam, Abi, Allianz, Luxottica, Axa, Cattolica assicurazioni sono tra i gruppi che hanno scelto questa opzione per i dipendenti delle aree a rischio. «Ben vengano, in questo frangente provvedimenti d’urgenza per favorire il lavoro agile – sostiene De Luca – ma bisogna implementare questa modalità lavorativa con interventi più strutturali e mirati, volti ad incentivarne l’utilizzo e a risolvere anche alcune ambiguità normative, come quelle legate al tema della sicurezza, che ancora ne ostacolano la diffusione».

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