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Se la mafia interferisce sulle elezioni il consiglio comunale va sciolto

La vicenda
È oggetto di contestazione il decreto di scioglimento di un consiglio comunale per infiltrazioni mafiose. La sentenza di primo grado (TAR Lazio, Roma, sez. I, n. 09683/2015) ha accolto il ricorso del sindaco, che veniva quindi reintegrato nelle proprie funzioni. Contro la sentenza ha proposto appello la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il ricorso si fonda su un unico articolato motivo, teso a censurare il vizio di fondo che affliggerebbe la sentenza impugnata, costituito dall’essersi il primo giudice limitato ad un parziale e non esaustivo esame dei vari profili che hanno indotto l’amministrazione ad adottare il decreto di scioglimento, soffermandosi sui singoli episodi e tralasciando, invece, il quadro d’insieme che, alla luce di consolidati orientamenti giurisprudenziali, sarebbe l’unico profilo significativo che può giustificare il provvedimento di cui all’art. 143 del d.lgs. 267/2000.

La pronuncia del Consiglio di Stato
Il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 197 del 2016, accoglie l’appello, non senza ribadire i consolidati principi di diritto applicabili alla materia controversia. Secondo il Collegio, tutti gli elementi esposti ed evidenziati nella pronuncia dimostrano, con ogni evidenza e, comunque, verosimiglianza, l’esistenza di collegamenti, diretti o indiretti, della locale amministrazione con la criminalità di tipo mafioso, tali da compromettere il buon andamento e l’imparzialità dell’ente nonché il regolare funzionamento dei servizi affidatigli, pienamente giustificando il provvedimento di scioglimento del consiglio comunale ai sensi dell’art. 143, comma 1, del t.u.e.l. Tra questi assumono una indubbia rilevanza alcune intercettazioni che alludono alla pratica del “voto di scambio” – procacciamento di voti in cambio di denaro – al quale fare ricorso in vista delle imminenti elezioni comunali.

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