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Sanzioni più severe agli enti inadempienti

Fonte: Il Sole 24 Ore

Per il Fondo di garanzia Pmi la legge di stabilità prevederà molto probabilmente un rifinanziamento di 300 milioni nel 2016. Sarebbe una dote a sorpresa. Ma ancora più sorprendente potrebbe essere la copertura, per la quale da quanto trapela si potrebbe pescare dal Fondo di garanzia ad hoc creato nel 2014 per la cessione da parte delle imprese alle banche dei crediti certificati vantati con la Pa.
Quel fondo infatti è rimasto per larga parte inutilizzato, complice la farraginosità del meccanismo. È stato lo stesso premier Matteo Renzi, intervenendo ieri a Rtl 102.5, a riconoscere che i pagamenti della Pa del passato «non stanno andando bene e questa è una cosa che, per dirla alla romana, “me rode”». Per capire come procedono i pagamenti alle imprese è indispensabile fare una distinzione tra l’era pre-fattura elettronica e quella successiva (l’obbligo di fatturazione digitale è scattato nei confronti della Pa centrale dal 6 giugno 2014 e per tutti gli altri enti pubblici dal 31 marzo 2015).
Le parole di Renzi si riferiscono al vecchio piano, messo a punto con una serie di provvedimenti culminati con il decreto 66/2014. Ai creditori sono stati pagati 38,7 miliardi sui 56 stanziati (di cui 44,7 messi dallo Stato a disposizione degli enti debitori) e la promessa del premier di saldare tutto lo stock entro il 21 settembre (giorno di San Matteo) del 2014 è caduta nel vuoto. Le Pa locali – primo elemento da considerare – non hanno utilizzato pienamente il plafond disponibile, inoltre il meccanismo di certificazione dei crediti e cessione alle banche con garanzia dello Stato non ha funzionato come da previsioni, anche per la ritrosia delle amministrazioni a certificare il credito e per lo scarso interesse degli istituti di credito a rilevarlo (non c’è un obbligo in tal senso). Nella legge di stabilità si interverrà per cercare di sbloccare quantomeno l’impasse che si registra a livello di Pa. Saranno riformulate e inasprite le sanzioni per gli enti che risultano inadempienti rispetto a una serie di obblighi fissati soprattutto dal Dl 35 del 2013 e dal Dl 66 del 2014. Troppi i casi di certificazione mancata senza adeguate motivazioni – nonostante la sanzione preveda per chi è inadempiente il divieto di assunzioni o di indebitamento – e troppo pochi quelli di comunicazione puntuale del debito residuo (le Pa dovrebbero farlo entro il 15 di ciascun mese).
Il paradosso, se passiamo ad analizzare la situazione post fatturazione elettronica, è che l’Economia possa disporre in tempo reale del dato sulle fatture emesse senza contezza su quante di queste (e in che tempi) siano poi pagate. Gli enti pubblici registrati sulla piattaforma elettronica del Mef sono oltre 20mila ma quelli attivi nel fornire dati sono 5.500 (monitoraggio a metà agosto). Tra il 1° luglio 2014 e il 30 giugno 2015 risultano registrate 8 milioni di fatture per un importo di 46 miliardi. Ma, analizzando i dati relativi solo agli enti che hanno regolarmente comunicato, le fatture pagate si fermano a 2 milioni per un importo di 10 miliardi e un tempo medio di 40 giorni. Un divario enorme, in buona parte spiegabile con la mancata comunicazione dei dati. Ora al Mef, per avere un’idea chiara del fenomeno, puntano a un’operazione trasparenza con regole più severe.
Altra partita, ancora più complessa, riguarda le norme salva-Regioni preparate dopo la sentenza 181/2015 con cui la Corte costituzionale ha giudicato illegittimo il consuntivo 2013 del Piemonte che aveva impiegato i fondi sblocca-pagamenti anche per finanziare nuova spesa corrente. Il governo ha studiato una rettifica contabile per risolvere una contesa da 20 miliardi, ma il decreto immaginato a settembre è saltato e non è ancora chiaro se le norme potranno essere recuperate nella Stabilità.

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