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Rinnovo contratti a termine: 400mila al test della riforma

Fonte: Il Sole 24 Ore del lunedì

Sessanta giorni di stop per i contratti a termine che durano al massimo sei mesi, novanta per tutti gli altri. Sono questi i vincoli temporali con cui devono fare i conti le aziende alle prese con i rapporti di lavoro a tempo determinato in scadenza in questo periodo. Intervalli drasticamente aumentati dalla riforma Fornero, rispetto ai 10 e 20 giorni previsti in precedenza.
Una novità con effetti immediati su circa 380mila dipendenti – secondo le elaborazioni del centro studi Datagiovani per Il Sole 24 Ore su dati Istat -, che stanno concludendo il proprio “incarico” nell’ultimo quadrimestre dell’anno. E se il ministro Fornero ha preso atto che lo stop di tre mesi tra un contratto a tempo determinato e l’altro «sta creando qualche problema», per il momento non sono previste «modifiche normative – riferiscono dal ministero del Welfare – ma si stanno raccogliendo osservazioni e suggerimenti per operare eventuali interventi in via interpretativa». Solo con i risultati del monitoraggio della riforma, aggiungono dal dicastero di via Veneto, «si potranno individuare le reali criticità e agire di conseguenza con possibili cambiamenti alla legge».
Dall’identikit dei rapporti di lavoro in scadenza emerge che oltre quattro su dieci (il 41%) riguardano la pubblica amministrazione e, in misura analoga (41,8%), alti profili professionali (tecnici e specialisti in campo scientifico). A livello settoriale, poi, non sono immuni dal fenomeno industria e costruzioni, dove si stanno esaurendo 69mila contratti. E nemmeno agricoltura (con 36mila “cessazioni”), alberghi e ristoranti (31mila), «comparti caratterizzati da alta stagionalità del lavoro – osserva Michele Pasqualotto, ricercatore di Datagiovani – e dunque, per riflesso, da notevoli movimenti di dipendenti a termine». Dalla platea degli interessati dalle nuove regole sugli stop forzati vanno esclusi i supplenti nelle scuole, come ribadito da una recente nota della Funzione pubblica, esonerati per garantire continuità alla didattica.
In ogni caso, secondo le stime di Datagiovani, quasi un contratto a termine su cinque in corso nel primo semestre dell’anno (si tratta di oltre 2 milioni di lavoratori) sta scadendo nel terzo quadrimestre. «La riforma del lavoro – commenta Luigi Campiglio, ordinario di politica economica all’Università Cattolica di Milano – ha un timing decisamente infelice: nella pubblica amministrazione c’è il blocco delle assunzioni e sono sempre più stretti i vincoli di bilancio per effetto della spending review, mentre le imprese si trovano di fronte a un calo della domanda interna e registrano picchi di capacità produttiva inutilizzata. Ci sono condizioni oggettive che rendono difficile stabilizzare i rapporti di lavoro a termine».
La metà delle cessazioni riguarderà dipendenti residenti al Nord (188mila) e circa il 30% al Mezzogiorno (118mila), «una proporzione – spiega ancora Pasqualotto – che rispecchia la maggiore presenza di contratti a termine proprio nel Settentrione, dove è naturalmente più alta la probabilità che si registri un numero elevato di scadenze».
Più differenziata, invece, è la dinamica di genere, che vede le donne penalizzate rispetto agli uomini: è di ben 222mila unità la stima dei contratti a termine in conclusione, circa il 60% del totale. Si tratta, poi, in prevalenza di giovani: il 41,7% under 35 e il 34,6% tra i 35 e 44 anni.
Dalla fotografia scattata da Datagiovani emerge, inoltre, che la maggior parte dei contratti in esaurimento è legata ad attività occasionali e discontinue (164mila) e 75mila sono caratterizzati dalla stagionalità del rapporto. Poco meno di 70mila riguardano l’occupazione di un posto vacante e 43mila un periodo di formazione o prova.
«Difficile stimare quante saranno le riconferme – conclude Maurizio Del Conte, docente di diritto del lavoro all’Università Bocconi – o piuttosto le cessazioni definitive, data la situazione economica sfavorevole e le previsioni non rosee per il 2013. Il rischio di impoverimento del mercato del lavoro da professionalità qualificate è alto, senza contare che un buon numero di lavoratori potrebbe non avere i requisiti per beneficiare degli ammortizzatori sociali».

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