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Riforme Senato e Titolo V, una lunga settimana calda

In Commissione affari costituzionali di Palazzo Madama si riparte martedì 8 luglio alle 8.30, obiettivo: portare il disegno di legge sulla riforma del Senato e del Titolo V della Carta costituzionale mercoledì 9 luglio in Aula. Si preannunciano quindi ritmi serrati per il cosiddetto d.d.l. Boschi, che nella seduta di domani, che probabilmente occuperà tutta la giornata non essendo stata convocata l’Aula, dovrà finalmente affrontare e sciogliere i nodi più spinosi del provvedimento. Se tutto procederà come da copione, e come si augurano il Ministro delle riforme, Maria Elena Boschi e il presidente e relatrice al d.d.l., Anna Finocchiaro, la seduta di mercoledì dovrebbe essere dedicata solo alla preparazione del testo del provvedimento da presentare in aula.

L’altro relatore, Roberto Calderoli, però, è apparso meno ottimista rispetto a questo calendario, sostenendo che “già la data del 10 mi sembrava utopistica”. Calendario a parte, i commissari a partire da martedì dovranno mettere sul tavolo il cuore della riforma. A parte la modifica dell’articolo 68 della Costituzione, che con l’emendamento dei relatori approvato mercoledì scorso ha ripristinato l’immunità per tutti i parlamentari, rimangono da affrontare gliarticoli 56, 57 e 58 della Costituzione. Il 56 e il 57 trattano la composizione di Camera e Senato, di cui il governo vorrebbe ridurre il numero. Il 58 invece stabilisce le modalità di elezione dei componenti del Senato. Su questo punto, dopo l’incontro fra Renzi e Berlusconi di giovedì, sembra confermata la linea del Patto del Nazareno con un Senato composto per elezione di secondo grado. È su questo punto che però si preannuncia un lungo confronto.

Secondo la tabella di marcia del governo, quindi, entro mercoledì il via libera della Commissione, ma prima del 16 luglio, giorno in cui è in programma il Consiglio Europeo, l’ok dell’Aula. Ma sulla strada che il premier Matteo Renzi ha in mente, c’è l’incognita dissidenti. Cresce, infatti, la fronda dei senatori all’interno del Pd e ancor più di Forza Italia che vorrebbero un’elezione diretta dei componenti del nuovo Senato.

Un punto su cui il Presidente del Consiglio si è detto inamovibile, convinto che dietro la bandiera di un Senato ancora eletto direttamente e non formato dai consiglieri regionali si nasconda “l’estremo tentativo di ripartire da capo forzando la situazione”. “Se i senatori sono scelti dal popolo allo stesso modo dei deputati – è il ragionamento di Renzi – come impedire loro di votare anche la fiducia al governo e di esaminare il bilancio?”. Con la stessa fonte di legittimazione popolare si avrebbero di nuovo due Camere sullo stesso piano. E la fine del bicameralismo andrebbe quindi a farsi benedire.

Ed in attesa dell’assemblea dei senatori dem, in programma questa sera, nel pomeriggio di oggi in calendario un altro appuntamento importante per le riforme: il nuovo incontro con Grillo e i suoi.

In programma alle 15, sull’incontro pesa la richiesta arrivata ieri da parte dei democratici di impegni precisi. Richiesta che i 5Stelle stanno valutando “con stupore”. A poche ore dall’incontro, il Pd ha infatti fatto sapere di ritenere apprezzabile l’apertura di Luigi Di Maio, ma ha chiesto che i grillini formalizzino un documento scritto sui dieci punti posti dai democratici “altrimenti – spiegano fonti Pd – c’è il concreto rischio che l’incontro sia inutile”.

Da Di Maio è arrivato l’ok su 8 dei 10 punti. Un ok dato attraverso un’intervista ma seguito dalla conferma dell’appuntamento di oggi. Però, oltre all’impegno sui punti chiesto dai democratici, Di Maio ha parlato anche della riforma del Senato: “Abbiamo appoggiato il ddl Chiti che già prevedeva quanto ci propone il Pd: una camera che non esprime la fiducia e non vota il bilancio. Bisogna fare però una riflessione sul perché e in quali condizioni. Noi siamo per appoggiare una riduzione dei parlamentari, tagliando anche il numero dei deputati. Ripeto, il ddl Chiti, tra l’altro espressione di una parte del Pd, è solo una traccia”.

Il ddl presentato dal senatore Vannino Chiti però altro non è se non l’espressione della fronda che agita il Pd. Quella fronda capitanato proprio da Chiti e Corradino Mineo che spinge perché si torni ad un Senato elettivo e non fatto di consiglieri regionali e sindaci. Una linea che sta creando divisioni anche all’interno di Forza Italia con Silvio Berlusconi che ha richiamato i suoi all’ordine ma sembra con scarso successo. Come sottolinea un vecchio navigatore del palazzo come il leghista Roberto Calderoli, relatore della legge: “Ormai quelli se ne fregano”.

Sarebbero, a conti fatti, una ventina i senatori dem pronti alla rivolta, che vanno a sommarsi alla trentina di forzisti ribelli e all’altra decina tra Ncd e ex Scelta civica. Numeri importanti che potrebbero rendere molto complicato il passaggio in Aula.

Le modifiche approvate la settimana scorsa

Fra le modifiche già apportate la settimana scorsa di lavori in Commissione ci sono il nuovo articolo 71 della nostra Carta che innalza da cinquantamila a 250mila le firme per la presentazione delle leggi di iniziativa popolare. La Commissione ha approvato, poi, un emendamento dei relatori all’articolo 72 della Costituzione. La modifica prevede una corsia preferenziale per la discussione e l’approvazione in Parlamento dei disegni di legge indicati dal governo come “essenziali per l’attuazione del programma”: i d.d.l. in questione dovranno essere posti in votazione entro sessanta giorni dalla richiesta dell’esecutivo. Viene, in pratica, inserita in Costituzione la fattispecie della cosiddetta “ghigliottina”. Decorso il termine, il testo proposto o accolto dal governo, su sua richiesta, è posto in votazione, senza modifiche, articolo per articolo e con votazione finale.

In questi casi, i termini di cui all’articolo 70, terzo comma, sono ridotti della metà.  Sono esclusi “i d.d.l. in materia costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi”. Per questi rimane il normale iter. Un altro emendamento prevede, poi, che la Corte costituzionale potrà dare il parere preventivo di costituzionalità sulle leggi elettorali “su ricorso motivato di almeno un terzo dei componenti di una delle due Camere”.

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