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Riforme, alta tensione Pd-Grasso

Fonte: Il Sole 24 Ore

La prima notizia è che il voto finale dell’Aula di Palazzo Madama è stato fissato per il 13 ottobre. La seconda notizia è che Roberto Calderoli ha annunciato il ritiro degli emendamenti all’articolo 1 e all’articolo 2, lasciandone in piedi “solo” 75 milioni su 85, mentre Sel ha mantenuto un migliaio dei propri su 62mila. Gesti che comunque permettono al presidente Pietro Grasso di avviare da mercoledì il voto sugli emendamenti all’articolo 1 e all’articolo 2, in attesa che la Lega – magari dopo aver spuntato qualche modifica sul Titolo V – ritiri anche il resto degli emendamenti. A Palazzo Madama si stanno già facendo i calcoli: se venissero ritirati tutti gli emendamenti non di merito ma presentati a puro scopo ostruzionistico ne resterebbero in tutto circa 3mila quando nella lettura dello scorso anno, sempre in Senato, erano quasi 6mila. Insomma, se alla fine Calderoli ritirerà le milionate di emendamenti da algoritmo lasciando solo quelli di merito non ci sarà bisogno di usare lo strumento della ghigliottina (al termine stabilito dal calendario decadono tutti gli emendamenti residui), strumento per altro mai applicato a una riforma costituzionale. Ma intanto Calderoli di emendamenti ne ha ritirati solo 10 milioni su 85 milioni, e dal governo e dai vertici del Pd fanno sapere che nessuna trattativa è possibile finché resta in piedi questa assurda forma di “ricatto”. Di fronte alla quale ieri, tra i renziani, ricominciavano a circolare voci di una possibile fiducia. Tecnicamente possibile anche su un disegno di revisione costituzionale anche se un inedito assoluto. «Nessuno ne parla e nessuno la vuole – precisa a tarda sera il capogruppo del Pd Luigi Zanda -. E non credo che ce ne sarà bisogno. Ma per il 15 la riforma deve essere approvata».
Quella di Zanda è stata una giornata particolarmente tesa. Così come lo è stata quella del presidente del Senato Pietro Grasso. I due infatti sono stati protagonisti di un durissimo scontro durante la lunga Capigruppo che ha stabilito il calendario: Zanda aveva proposto per il Pd e per la maggioranza la data dell’8 ottobre, le opposizioni avevano chiesto il 15, Grasso ha deciso per il 13. Con il paradosso che le opposizioni,in Aula, non hanno votato il sì al calendario. «Noi abbiamo chiesto l’8 ottobre perché prima dell’inizio della sessione di bilancio, il 15, ci sono almeno da incardinare le unioni civili e da approvare il collegato ambientale e la nota di variazione al bilancio. E volevamo fare tutto questo con una certa tranquillità – spiega Zanda -. Non si può non tenere così in conto la posizione della maggioranza».
Quanto al ritiro dei 10 milioni di emendamenti da parte di Calderoli che Grasso rivendica come una vittoria del suo merito, Zanda fa notare che ne restano in piedi la maggior parte. «Avrei preferito che il presidente insistesse sul punto centrale del suo intervento: ossia che tutti i gruppi ritirassero tutti gli emendamenti non essenziali consentendo una degna discussione sul merito». Il presidente del Senato rivendica invece il successo della sua mediazione politica, ossia il ritiro di parte degli emendamenti e la possibilità di cominciare ad esaminare gli articoli 1 e 2, cuore della riforma. E durante lo scontro con Zanda in Capigruppo ha difeso con veemenza il suo ruolo di terzietà, ricevendo apprezzamenti da Sel e dal Movimento 5 stelle: «Io non faccio il boia della Costituzione», ha detto Grasso rivolgendosi al capogruppo del Pd.

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